martedì, febbraio 01, 2005

Egocentrismo occidentale e cristianesimo

Proseguo la mia navigazione, e mi riavvicino alle secche minacciose della religione. Si dice che il cristianesimo svolge una funzione fondamentale nella formazione della psicologia dell'occidentale moderno. Esso contribuisce a creare quella particolare forma di egoismo così tipicamente occidentale, quella acuta sensibilità e passione e innamoramento per il proprio Io, per il proprio mondo interiore, per le proprie piccole o grandi passioni, ma più spesso piccole. Le nostre gioie e ancor di più i nostri odii e le nostre antipatie, così volgari ma al tempo stesso così gratificanti, noi abbiamo appreso a goderle intensamente e a metterle al centro del nostro mondo (e che così spesso tentiamo di imporre con volgare invadenza agli altri), ebbene questa sensibilità la abbiamo appresa anche alla scuola del cristianesimo.
Questa religione si espande nel tempo in cui la forma della città stato e della tribù spariscono definitivamente. La formazione dei grandi organismi statali degli imperi ellenistici e poi dell'impero romano, in cui la cittadinanza si diluisce in una appartenenza politica che diventa cosmopolita, sottraggono potere politico al cittadino e stimolano invece il rifugiarsi dentro se stessi, nel dialogo interiore. Nascono quindi le filosofie interiori, lo stoicismo e l'epicureismo, ma il loro effetto è limitato, poichè il loro linguaggio è purtroppo e inevitabilmente quello asettico del pensiero esplicito-dichiarativo. In quelle fredde definizioni non c'è evocatività, e quindi nemmeno efficace comunicazione. Le religioni di provenienza orientale, con il loro linguaggio emotivo e simbolico, scaldano a ben più alte temperature il cuore, e tra queste "il cristianesimo, che è la forma presa dal problema della libertà alla fine del mondo antico" (Momigliano, 1996).
Vi è un libro, Mimesis di Erich Auerbach, che rracconta tutto questo con vivida chiarezza. In Auerbach ogni capitolo si apre con un brano in originale, e dal commento al brano scelto si traggono le considerazioni sull’autore e l’epoca che rappresenta. Dice Auerbach stesso nella conclusione (pag. 342 del vol. II): "Il metodo da me adottato, di presentare cioè per ogni epoca un certo numero di testi, per saggiare su di essi le mie idee,introduce immediatamente nell'argomento, sicché al lettore è dato sentire di che cosa si tratta ancor prima che gli si voglia imporre una teoria."
Il secondo capitolo, "Fortunata", prende spunto dal Satyricon, di cui riporta una parte delle conversazioni alla tavola di Trimalcione; vi pone a confronto un passo degli Annali di Tacito (I, 16) e l'episodio della negazione di Pietro nel Vangelo di Marco. L'idea critica è che la letteratura cristiana, trattando anche il quotidiano in modo sublime (a partire dalla vita e dalla passione di Cristo), ha spezzato la distinzione classica fra gli stili.
Come sappiamo, il racconto della negazione di Pietro è un racconto di miseria umana e morale. Pietro ha seguito il suo maestro arrestato fin nel cortile del palazzo dove sarà interrogato dal Sinodo. Apparentemente questo è un atto di coraggio, coerente con una plateale affermazione di fedeltà granitica fatta precedentemente. Egli, Pietro, avrebbe proclamato la propria fedeltà di fronte ad ogni rischio. Ma il Cristo gli raccomanda di misurare le parole, e anzi prevede che Pietro non sarà all'altezza delle sue parole: egli rinnegherà tre volte, prima che il gallo canti.
Inizialmente, sembra che Pietro mantenga la parola. Reagisce al momento dell'arresto, aggredendo e tagliando un orecchio a Molco, appartenente al gruppo delle guardie venute ad arrestare il Cristo. Poi Pietro non si dilegua come altri discepoli ma segue l'arrestato, ed anche questo è un comportamento leale. Entra nel cortile del palazzo del Sinodo, e si avvicina ad un fuoco, per scaldarsi. Infatti è notte e fa freddo. Nel cortile, da qualche parte, vi è anche Gesù, scortato dalle guardie.
Ma a questo punto Pietro viene riconosciuto. Dapprima dalla portinaia, e poi anche da altri. Intimorito, anzi terrorizzato, egli nega, rinnega. E lo fa davanti al suo maestro, poiché Gesù non è stato ancora portato all'interno per il primo interrogatorio: Gesù sente tutto. E dopo aver fatto questo, il gallo canta, ricordando a Pietro le parole disincantate del Cristo, inducendo un pianto che possiamo immaginare amaro e prolungato negli occhi dell'apostolo.
Si tratta di una scena di profonda miseria morale, nuova ma non nel senso che mai precedentemente non fossero state raccontate scene del genere. Personaggi bassi erano presenti nella letteratura greca e romana, ed agivano in maniera simile a Pietro, eppure l'effetto era del tutto diverso. Pietro si comporta in maniera spregevole, eppure non stimola disprezzo nel lettore, e nemmeno repulsione. Anzi, egli appare umano, molto umano, forse troppo umano, ma mai in senso negativo. Non vi è condanna, semmai compassione e compatimento, proprio nel senso letterale che il lettore viene indotto a soffrire con il personaggio. Pietro, pur irruento, emotivo, impulsivo, privo di fibra morale, velleitario, a tratti perfino rapace quando desidera il potere mondano e oplitico nel futuro regno del Messia, è in realtà una figura tragica.
Ed è questa la differenza. Secondo Auerbach, nella letterature greca e romana i personaggi bassi non attingevano mai ad una dimensione tragica, che rimaneva prerogativa dell'eroe, socialmente e moralmente superiore. I personaggi bassi potevano essere rappresentati con grande finezza e complessità, ma non vi era mai compassione tragica per il loro destino, che rimaneva un destino privo di senso morale. Così ad esempio le ragioni del soldato Percennio, irritato per le paghe insufficienti e i pericoli della vita del legionario, esposte da lui stesso in un discorso di grande efficacia attribuitogli da Tacito, vengono infine semplicemente negate dallo storico. Alla fine pErcennio è solo un provocatore, e la simpatia di Tacito era solo apparente, mestiere di artista nel rappresentare un personaggio. La rivolta ispirata dal soldato fallisce, il suo destino non viene compatito dallo scrittore e quindi nemmeno dal lettore. Per un momento Tacito era apparso sensibile alle ragioni di Percennio, nel comporre il discorso del legionario, ma tutto finisce li. Le ragioni di Percennio rimangono non degne di vera attenzione, anzi sono giudicate portatrici di disordine e quindi criminali.
Secondo Auerbach, anche nel caso di Fortunata, la moglie di Trimalcione, la potenza rappresentativa dell'artista non si traduce in vera simpatia. Fortunata e Trimalcione sono due individui appartenenti ad uno squallido demi monde sociale: un liberto arrichito e sua moglie, ex flautista e probabilmente dedita alla prostituzione. Ora la loro vita è tesa al godimento dissoluto, e si mescola a loschi traffici commerciali e politici. La figura di Fortunata è ritratta con finezza, ma ancora una volta senza vera partecipazione: il personaggio non ha una vera storia, ma è fissato inesorabilmente nella sua bassezza comica e volgare, sia pure con grande efficacia. Il personaggio è spregevole e il lettore infine lo disprezza, sebbene ne sia anche attratto. Vi è un unico momento di possibile redenzione, non cristiana, ma stoica: quando Trimalcione introduce, nella sala dove si celebra l'orgia, uno scheletro impreziosuito di un velo di argento, ed egli dice che quello è l'uomo. Pessimismo stoico, sia pure degradato.

E. Auerbach, Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, traduzione italiana, Einaudi, Torino, 1956.
A. Momigliano (1996). Pace e libertà nel mondo antico. Firenze: La Nuova Italia.