venerdì, gennaio 14, 2005

La libertà degli islamici e quella degli occidentali

Si dice che sia di moda parlare dell'islam, e si lascia capire che in questa moda ci sia qualcosa di stucchevole e al tempo stesso superficiale. Ed è vero. Non è facile parlare di qualcosa che viene spesso dipinto come estraneo e difficile da capire, e si noti che questo viene detto sia dai critici che dai difensori di questa religone. Eppure, perché non parlarne? Certo, solo gli specialisti in occidente conoscono le lingue dell'area islamica. Sfugge quindi gran parte di ciò che viene publicato su quelle sponde. Possiamo catturare solo ciò che viene tradotto. E' corretto dire che si si può comprendere il Corano, sebbene lo si possa leggere solo in traduzione?
Ma è difficile non parlarne, poiché Islam e occidente da sempre tentano di comprendere se stessi parlando dell'altro. Se moda è, si tratta di una moda non recente. Occidente e Islam si specchiano e si deformano contemplandosi da oltre un millennio. I testi sacri delle due culture raccontano spesso le stesse storie, dal Genesi in poi, e ritraggono spesso gli stessi personaggi: Ibrahim/Abramo, Mosé/Musa, Gesù/Isa. Nel Corano troviamo un personaggio il cui nome è il Bicorne, e che potrebbe essere Alessandro Magno. C'è dell'occidente nel Corano. Nel Corano l'Islam continuamente si definisce in opposizione al giudaismo e al cristianesimo. Si definisce prima di tutto dicendo che cosa non é. Non è un monoteismo ambiguo, come il cristianeismo trinitario, ma è un monoteismo puro. Non è un monoteismo chiuso, come il giudaismo, ma è universale. E così via.
Nonostante ciò, per ora non parlerò di Islam, ma di occidente. Del nostro occidente, del nostro presente libero. Parlerò delle nostre libertà, anzi al singolare, della nostra libertà. Essa, come scrisse Isaiah Berlin (1958), è soprattutto una libertà negativa, essendo composta dal complesso delle garanzie che permettono una vita quanto più é possibile indipendente, che custodisce e assicura il godimento dei beni man mano scelti liberamente dall'individuo nella sua esistenza, piuttosto che nella partecipazione attiva e costante a compiti comunitari. Nel primo caso si tratta di costruire delle barriere, di intrecciare dei graticci che proteggano un Io, nel secondo si stabilire delle regole di coinvolgimento dell'individuo in un potere collettivo, di incastrare l'Io in un Noi.
È pur vero che le due libertà non si escludono, o meglio non si escludono del tutto. Ma, a volte, si trova più verità estremizzando lo stato delle cose, piuttosto che cercando, con il sano buon senso, di trovare l'inevitabile compromesso che è nella natura del mondo.
Tutti noi, o almeno molti di noi occidentali, ci riconosciamo nella definizione di libertà negativa di Berlin: tutti noi vogliamo mantenere la libertà delle nostre scelte, la possibilità di comporre le nostre vite in un sentiero tracciato da noi stessi, per raggiungere e ottenere beni che interessino prima di tutto noi stessi. Una tale condotta non è intrinsecamente anti-comunitaria, a prima vista. L'individuo, rattrapito nelle sue scelte di fronte alla immensa varietà delle possibilità e delle potenzialità, non concepisce questa libertà come egoistica, apparentemente. Il nostro personale destino, sia pure cos' aperto a mille possibilità, ci appare anche al tempo stesso piccolo e misero per meritare il rimprovero di essere anticomunitario, addirittura antisociale, direbbe qualcuno tra i più estremi.
Eppure, almeno in parte, è così. Se si vuole davvero costruire una comunità in cui l'egoismo individuale anneghi, bisogna rinunciare in buona parte alla possibilità di scelta individuale. Le nostre scelte, che ci appaiono così misere al punto da sentirle e valutare come del tutto ininfluenti sul corso generale degli avvenimenti, del tutto prive dela forza e della possibilità di minacciare l'edificio della vita sociale, devono lasciare il passo a strade già lastricate da altri, a sentieri già tracciati da altri, laddove si voglia davvero armonizzarle in un universo sociale che trascenda l'individuo. Se la persona deve rinunciare alla sua individualità, allora una serie di piccole libertà devono ritirarsi in buon ordine e abbandonare la scena.
Questa interpretazione riproduce, almeno in parte, la precedente distinzione di Benjamin Constant, nel suo discorso pronunciato nel febbraio 1819 all'Athénée Royal: "La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni". Il disocrso di Costant, poche pagine di estrema lucidità, prendeva le mosse dalla passione giacobina per le forme politiche degli antichi: Sparta, Atene, Roma. Ebbene, Constant fa notare che il sogno di riprodurre, nell'età contemporanea, le repubbliche cittadine è appunto un sogno, che è meglio far rimanere nelle camere oscure destinate al sonno, piuttosto che risvegliarlo e farne diretta conoscenza: quel sogno allora si tramuterebbe in incubo. Constant descrive le città-stato dell'antichità come veri e propri stati totalitari, in cui il singolo era sempre asservito, in ogni sua azione, alla comunità cui apparteneva. Paradossalmente, nell'antichità i cittadini godevano di diritti politici, ma non di diritti civili. Influenzavano, attraverso l'esercizio diretto della democrazia antica, un potere politico che l'uomo modreno è ben lungi dal poter esercitare. Eppure, al tempo stesso, erano in balìa dei capricci della maggioranza in una misura altrettanto maggiore della nostra. Le città stato, nota Constant, erano di dimensioni umane: la più grande di loro era molto volte più piccola del più piccolo stato regionale dell'Europa contemporanea di Constant. La città stato antico era dunque politicamente a misura d'uomo. L'individuo non si sentiva quindi disperso in moltitudini leviataniche, ed aveva la possibilità di partecipare in prima persona a molte occasioni politiche: assemblee, consigli, giudizi, elezioni. Viveva una vita quindi più eroica e meno comoda della nostra, meno dedita alla sicurezza e più all'azione, più politica e guerriera. Poichè infatti il criterio di cittadinanza sia delle città stato greche e italiche che delle tribù dell'europa celtica e germanica era la capacità di portare le armi. E l'organo politico primigenio di quegli antichi stati cittadini e tribali era l'assemblea, l'adunanza deigli uomini atti a portare le armi.
In queste comunità ristrette esercitare l'attività politica per il singolo era una possibilità e una necessità ad un tempo. Trattandosi di comunità con gradi di collettivizzazione del lavoro maggiori del nostro, in esse la politica finiva per confondersi più direttamente e più visibilmente con la gestione del proprio benessere materiale. Gli organi politici avevano grandi poteri di controllo della vita del singolo, ma questi controlli e lacci della libertà personale venivano leniti
proprio dalle piccole dimensioni di quelle società. Ma tutto questo non deve farci dimenticare che una serie di granzie, le nostre libertà civili, non esistevano a quell'epoca. Constant fa l'esempio dell'ostracismo, questo strumento della democrazia ateniese davvero aberrante per la sensibilità moderna. Con l'ostracismo si poteva esiliare con facilità disarmante un cittadino verso il quale il popolo nutrisse sospetti di tirannia. Non vi erano garanzie, né vi era una giurisprudenza che, attarverso un giusto processo, valutasse la fondatezza fattuale del sospetto e la corretezza giuridica della eventuale pena. Ciò che contava era l'opinione della comunità, che non necessarimnet corripisndeva del resto allam maggioranza, ma piuttsto alle minoranze politicamente attive, quelle che assicuravano che si potesse arrivare al numero necessari di cocci, ostrakçn, sul quale si scriveva il nome del sospettato. E i cittadini si sottomettevano senza rammarico eccessivo a queste procedure, come attesta ad esemipio quello che si diceva di SAristide l il politico ateniese che aiutò un cittadino ateniese analfaberta ad incidere il suo nome, il nome di lui Aristide, sul coccio che poi lo avrebbe mandato in esilio. Oppure si pensi al rifiuto opposto da Socrate alla offerta di fuga, prima che venisse giustiziato.
Nel mondo moderno, nel mondo degli stati pluricittadini, di vasta estensione, i poteri politici diventano prerogativa di classi specializzate nell'esercizio del potere, i politici appunto. Essi rappresentano il cittadino, e in qualche modo vengono periodicamente controllati, ma sostanzialmente escitano gran parte del loro operare politico lontano dall'occhio sospettoso del popolo. Di qui il progressivo disaffezionarsi della cittadinanza verso la politica, disinacantemnto periodocamente interrotto da improvvise fiammate che tentano di rianimare forme di democrazia assembleare e diretta, ma che poi sono destinate a spegnersi per l'impossibilità, negli stati di dimensione sopraccittadine, ad esercitare efficacemmnte forme di potere politico non rappresentativo.

Berlin I., (1958). Two concepts of liberty. In Four Essays on Liberty. Oxford: Oxfrod University Press.

3 Comments:

Anonymous Anonimo ha scritto...

il mio commento da Lia era in generale, non parlavo di te, ma delle situazioni che mi trovo intorno giorno dopo giorno.

"Leggere il corano" o comunque documentarsi per capire di cosa stai parlando e non lasciarsi trascinare dai media, questo manca a molte persone di questi tempi.
Questo a parer mio fa un po' di differenza, leggere, ascoltare e confrontarsi, non tanto il libro letto.

2:07 PM  
Blogger Contropolemico ha scritto...

Giusto, ma cosa ne dici di proseguire a proposito del mio caso? Cosa ne dici di quel che scrivo?

3:25 AM  
Blogger insolitacommedia ha scritto...

Trovo il tuo blog interessante e istruttivo.

10:25 PM  

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