venerdì, gennaio 14, 2005

La libertà degli islamici e quella degli occidentali

Si dice che sia di moda parlare dell'islam, e si lascia capire che in questa moda ci sia qualcosa di stucchevole e al tempo stesso superficiale. Ed è vero. Non è facile parlare di qualcosa che viene spesso dipinto come estraneo e difficile da capire, e si noti che questo viene detto sia dai critici che dai difensori di questa religone. Eppure, perché non parlarne? Certo, solo gli specialisti in occidente conoscono le lingue dell'area islamica. Sfugge quindi gran parte di ciò che viene publicato su quelle sponde. Possiamo catturare solo ciò che viene tradotto. E' corretto dire che si si può comprendere il Corano, sebbene lo si possa leggere solo in traduzione?
Ma è difficile non parlarne, poiché Islam e occidente da sempre tentano di comprendere se stessi parlando dell'altro. Se moda è, si tratta di una moda non recente. Occidente e Islam si specchiano e si deformano contemplandosi da oltre un millennio. I testi sacri delle due culture raccontano spesso le stesse storie, dal Genesi in poi, e ritraggono spesso gli stessi personaggi: Ibrahim/Abramo, Mosé/Musa, Gesù/Isa. Nel Corano troviamo un personaggio il cui nome è il Bicorne, e che potrebbe essere Alessandro Magno. C'è dell'occidente nel Corano. Nel Corano l'Islam continuamente si definisce in opposizione al giudaismo e al cristianesimo. Si definisce prima di tutto dicendo che cosa non é. Non è un monoteismo ambiguo, come il cristianeismo trinitario, ma è un monoteismo puro. Non è un monoteismo chiuso, come il giudaismo, ma è universale. E così via.
Nonostante ciò, per ora non parlerò di Islam, ma di occidente. Del nostro occidente, del nostro presente libero. Parlerò delle nostre libertà, anzi al singolare, della nostra libertà. Essa, come scrisse Isaiah Berlin (1958), è soprattutto una libertà negativa, essendo composta dal complesso delle garanzie che permettono una vita quanto più é possibile indipendente, che custodisce e assicura il godimento dei beni man mano scelti liberamente dall'individuo nella sua esistenza, piuttosto che nella partecipazione attiva e costante a compiti comunitari. Nel primo caso si tratta di costruire delle barriere, di intrecciare dei graticci che proteggano un Io, nel secondo si stabilire delle regole di coinvolgimento dell'individuo in un potere collettivo, di incastrare l'Io in un Noi.
È pur vero che le due libertà non si escludono, o meglio non si escludono del tutto. Ma, a volte, si trova più verità estremizzando lo stato delle cose, piuttosto che cercando, con il sano buon senso, di trovare l'inevitabile compromesso che è nella natura del mondo.
Tutti noi, o almeno molti di noi occidentali, ci riconosciamo nella definizione di libertà negativa di Berlin: tutti noi vogliamo mantenere la libertà delle nostre scelte, la possibilità di comporre le nostre vite in un sentiero tracciato da noi stessi, per raggiungere e ottenere beni che interessino prima di tutto noi stessi. Una tale condotta non è intrinsecamente anti-comunitaria, a prima vista. L'individuo, rattrapito nelle sue scelte di fronte alla immensa varietà delle possibilità e delle potenzialità, non concepisce questa libertà come egoistica, apparentemente. Il nostro personale destino, sia pure cos' aperto a mille possibilità, ci appare anche al tempo stesso piccolo e misero per meritare il rimprovero di essere anticomunitario, addirittura antisociale, direbbe qualcuno tra i più estremi.
Eppure, almeno in parte, è così. Se si vuole davvero costruire una comunità in cui l'egoismo individuale anneghi, bisogna rinunciare in buona parte alla possibilità di scelta individuale. Le nostre scelte, che ci appaiono così misere al punto da sentirle e valutare come del tutto ininfluenti sul corso generale degli avvenimenti, del tutto prive dela forza e della possibilità di minacciare l'edificio della vita sociale, devono lasciare il passo a strade già lastricate da altri, a sentieri già tracciati da altri, laddove si voglia davvero armonizzarle in un universo sociale che trascenda l'individuo. Se la persona deve rinunciare alla sua individualità, allora una serie di piccole libertà devono ritirarsi in buon ordine e abbandonare la scena.
Questa interpretazione riproduce, almeno in parte, la precedente distinzione di Benjamin Constant, nel suo discorso pronunciato nel febbraio 1819 all'Athénée Royal: "La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni". Il disocrso di Costant, poche pagine di estrema lucidità, prendeva le mosse dalla passione giacobina per le forme politiche degli antichi: Sparta, Atene, Roma. Ebbene, Constant fa notare che il sogno di riprodurre, nell'età contemporanea, le repubbliche cittadine è appunto un sogno, che è meglio far rimanere nelle camere oscure destinate al sonno, piuttosto che risvegliarlo e farne diretta conoscenza: quel sogno allora si tramuterebbe in incubo. Constant descrive le città-stato dell'antichità come veri e propri stati totalitari, in cui il singolo era sempre asservito, in ogni sua azione, alla comunità cui apparteneva. Paradossalmente, nell'antichità i cittadini godevano di diritti politici, ma non di diritti civili. Influenzavano, attraverso l'esercizio diretto della democrazia antica, un potere politico che l'uomo modreno è ben lungi dal poter esercitare. Eppure, al tempo stesso, erano in balìa dei capricci della maggioranza in una misura altrettanto maggiore della nostra. Le città stato, nota Constant, erano di dimensioni umane: la più grande di loro era molto volte più piccola del più piccolo stato regionale dell'Europa contemporanea di Constant. La città stato antico era dunque politicamente a misura d'uomo. L'individuo non si sentiva quindi disperso in moltitudini leviataniche, ed aveva la possibilità di partecipare in prima persona a molte occasioni politiche: assemblee, consigli, giudizi, elezioni. Viveva una vita quindi più eroica e meno comoda della nostra, meno dedita alla sicurezza e più all'azione, più politica e guerriera. Poichè infatti il criterio di cittadinanza sia delle città stato greche e italiche che delle tribù dell'europa celtica e germanica era la capacità di portare le armi. E l'organo politico primigenio di quegli antichi stati cittadini e tribali era l'assemblea, l'adunanza deigli uomini atti a portare le armi.
In queste comunità ristrette esercitare l'attività politica per il singolo era una possibilità e una necessità ad un tempo. Trattandosi di comunità con gradi di collettivizzazione del lavoro maggiori del nostro, in esse la politica finiva per confondersi più direttamente e più visibilmente con la gestione del proprio benessere materiale. Gli organi politici avevano grandi poteri di controllo della vita del singolo, ma questi controlli e lacci della libertà personale venivano leniti
proprio dalle piccole dimensioni di quelle società. Ma tutto questo non deve farci dimenticare che una serie di granzie, le nostre libertà civili, non esistevano a quell'epoca. Constant fa l'esempio dell'ostracismo, questo strumento della democrazia ateniese davvero aberrante per la sensibilità moderna. Con l'ostracismo si poteva esiliare con facilità disarmante un cittadino verso il quale il popolo nutrisse sospetti di tirannia. Non vi erano garanzie, né vi era una giurisprudenza che, attarverso un giusto processo, valutasse la fondatezza fattuale del sospetto e la corretezza giuridica della eventuale pena. Ciò che contava era l'opinione della comunità, che non necessarimnet corripisndeva del resto allam maggioranza, ma piuttsto alle minoranze politicamente attive, quelle che assicuravano che si potesse arrivare al numero necessari di cocci, ostrakçn, sul quale si scriveva il nome del sospettato. E i cittadini si sottomettevano senza rammarico eccessivo a queste procedure, come attesta ad esemipio quello che si diceva di SAristide l il politico ateniese che aiutò un cittadino ateniese analfaberta ad incidere il suo nome, il nome di lui Aristide, sul coccio che poi lo avrebbe mandato in esilio. Oppure si pensi al rifiuto opposto da Socrate alla offerta di fuga, prima che venisse giustiziato.
Nel mondo moderno, nel mondo degli stati pluricittadini, di vasta estensione, i poteri politici diventano prerogativa di classi specializzate nell'esercizio del potere, i politici appunto. Essi rappresentano il cittadino, e in qualche modo vengono periodicamente controllati, ma sostanzialmente escitano gran parte del loro operare politico lontano dall'occhio sospettoso del popolo. Di qui il progressivo disaffezionarsi della cittadinanza verso la politica, disinacantemnto periodocamente interrotto da improvvise fiammate che tentano di rianimare forme di democrazia assembleare e diretta, ma che poi sono destinate a spegnersi per l'impossibilità, negli stati di dimensione sopraccittadine, ad esercitare efficacemmnte forme di potere politico non rappresentativo.

Berlin I., (1958). Two concepts of liberty. In Four Essays on Liberty. Oxford: Oxfrod University Press.

domenica, gennaio 02, 2005

Perché la critica islamica all'occidente è efficace?

Invece di scandalizzarci ad ogni piè sospinto laddove si parli delle differenze tra l'occidente e l'Islam, bisognerebbe invece riflettere su queste differenze. I più superficiali respingono con fastidio questo tipo di argomenti, abbandonandosi a un semplicistico "sono come noi". Un islamico effettivamente è come noi forse più di chiunque altro, eppure è al tempo stesso da noi distantissimo, poichè l'Islam nutre opinioni differenti su alcuni temi culturali, sociali e religiosi che condivide con l'occidente, e proprio queste condivisioni possono essere materia di conflitto e di contrasto. La critica che fa l'Islam all'occidente non è né balzana nè peregrina, ma estremamente efficace, forse una delle più efficaci tra quelle possibili. Essa ha inoltre il dono di essere espressa nei termini universali di una religione. Non si tratta di dotte dissertazioni filosofiche, ma di quel linguaggio fortemente simbolico che è in grado di propagarsi in larghe fette della popolazione. In qualche modo è un messaggio di massa, se questo termine non suonasse molesto e impertinente per una religione così antica e venerabile. E si tratta di una critica che presenta molti tratti in comune con le tante critiche e descrizioni del tramonto dell'occidente fiorite da un paio di secoli almeno dalle nostre parti.

Leggiamo e commentiamo ancora un intervento dal sito The Islamic feminista: "Isn't it funny Rose that the West can't decide what's wrong with us? Are we too 'materialistic' or too 'austere?' Isn't that curious? Our afterlife, our views of sex between spouses, are too 'decadent', our 5 daily prayers, month of strict fasting, hijab, mandatory charity, is too austere for the 'do what ever feels good' society. Could it be that the West is a bit 'bi-polar', swinging between two unhealthy extremes? confused between their self-repressing Christian roots, and self-worshipping secular modernity? between self denial of our humanity and slavery to our desires? In Islam spiritual growth is by staying within the boundaries set by God, and forsaking EXCESS, not by forsaking NATURAL AND HEALTHY human tendencies. Eating is fine, but eating too much gets in the way of spiritual growth, sex with spouse is O.K., but sex outside of marriage gets in the way of spiritual growth. Material wealth is O.K., and even desired, so that we can spend it in the way of God, but it should be 'in the hand, not in the heart.' The key is to put your intellect and will OVER your desires, to make them YOUR slave, not the other way around. It is not to either DENY them, or ENSLAVE yourself to them. We submit our will to God, not our desires. This is the idea of 'Tawheed; worshipping only God.' This means obeying the boundaries set by Him. God gives us ENABLERS to leading this kind of life The 5 pillars of Islam.
Could it be that the West, as it swings between two extreme poles, always looks at the middle as 'extreme' and 'wrong'. Its Newton's theory of relativity...when you are tilted, a straight line looks crooked from your point of view.
The Prophet said, as I wrote earlier to those who wanted to lead a life of excessive self denial (monks) that this is not his way, and his way is the 'MIDDLE WAY.' The Qur'ân also says, 'who is more misguided than the one who makes his desires his god?' This is Islam: The Middle Way. This is how we are described in the Qur'ân, 'the Nation of the Middle Way.'... a way of life in perfect alignment with the very best of human nature."

Si tratta di una sorta di rovesciamento di una critica che di solito si fa all'Islam dalle nostre parti. La persona autrice di questi pensieri, infatti, sottolinea che spesso l'occidente incolpa l'Islam di eccessiva austerità, ma anche di una concezione poco spirituale dell'aldilà. L'accusa è rovesciata: in realtà è l'occidente eccessivo e innaturale nelle sue manifestazioni, un mondo troppo materiale nelle sue manifestazioni terrene e al tempo stesso troppo spirituale nella sua concezione del mondo superiore e celeste. A ben vedere, questo tema è presente anche all'interno stesso della cultura occidentale. Non da oggi l'occidente rimprovera a se stesso la sfrenata sua tensione faustiana, la sua ricerca di un assoluto spirituale che però troppo spesso si traduce nella ricerca della potenza terrena, mondana, materiale, economica, tecnologica. Nel Faust di Ghoete il protagonista del poema muore nel mentre è intento a realizzare sogni di potenza e di manipolazione delle energie naturali che oscillano tra l'alchimia e la prefigurazione del potere tecnologico moderno. Già varie volte l'occidente ha avuto orrore della sua capacità d produrre potenza materiale e tecnica, talvolta proiettando fuori di sé questi fantasmi, attribuendoli a entità vissute schizofrenicamente come estranee, ma che in realtà convivono con l'occidente da millenni e ne costituiscono una delle radici culturali e religiose. Il timore delirante del complotto ebraico di dominio del mondo attraverso la manipolazione tecnica è in realtà un’attribuzione ad un’entità "etnicamente altra" di qualcosa che è invece profondamente proprio dell'occidente circa ariano. L'islam è invece, la via di mezzo, la possibilità per l'uomo di sapersi sottomettere alla natura senza manipolarla, o almeno senza snaturarla attraverso una manipolazione eccessiva, faustiana della natura. L'islam, al tempo stesso, ha una concezione più facile e più naturale del rapporto con la carne e con la materia, non separandola, come fa il cristianesimo, con un taglio netto e doloroso dallo spirito e dalle sfere più elevate dell'uomo. Questo è, infatti, il significato profondo e velato del paradiso islamico, che a noi pare così materialistico: le 70 vergini, il sesso paradisiaco, i piaceri più terreni goduti in cielo, e così via. Nonostante l'apparente ingenuità di queste scene, esse manifestano l'assenza di questa barriera tra il corpo e lo spirito, barriera che invece tormenta e rende infelice la coscienza occidentale. E' la meravigliosa e naturale via di mezzo, priva degli eccessi nell'uno o nell'altro senso tipici dell'occidentale, sempre alla ricerca di un’impossibile redenzione e sempre tormentato da colpe più o meno misteriose e da peccati originali. Anche un teologo cattolico, Alain Besancon, ha sottolineato la naturalità della fede islamica. Secondo Besancon l'Islam è per certi versi effettivamente una religione naturale con alcuni tratti in comune con le religioni del mondo antico. Dio nell'Islam in verità non si rivela, non fornisce all'uomo una verità altrimenti a lui inattingibile. Per il fedele islamico la realtà di Dio è una verità di fatto, non comunicata attraverso una rivelazione e mantenuta dogmaticamente attraverso un argomento ex authoritate ma evidente in sé, in ogni momento della vita. Dio, rivelandosi a Maometto, trasmette a lui il Corano e si rende più intelligibile all'uomo comunicandogli un messaggio esplicito, scritto in parole di arabo classico, ma non si rivela, non si presenta davanti all'uomo fuoriuscendo dal pozzo dell'assolutamente ignoto. Allah è il divino, ma è quel divino che tutti i popoli antichi vivevano e riconoscevano spontaneamente nelle manifestazioni della natura, con la stessa immediatezza con cui l'Europa secolarizzata vive l'assenza del divino. Egli non è un Dio particolare, noto a un solo popolo e autore di determinate azione storiche che poi si rivela essere l'unico poiché egli lo rivela, ma è la divinità unica e da sempre nota all'uomo che si precisa, che assume contorni più netti rivelandosi a Maometto. Non a caso l'Islam ha affascinato molti pensatori fortemente critici verso il cristianesimo, a cominciare da Nietzsche in alcune sue pagine famose, proprio per questo suo carattere di religione naturale, via ragionevole e via di mezzo. E per questo suo carattere naturale Nietzsche ha separato l'Islam dalle altre cosiddette religioni monoteistiche. Tutto questo può essere, ed è, molto affascinante per un occidentale. Gli occidentali hanno ottenuto indubbiamente molto in termini di benessere materiale, ma anche in termini spirituali: un’inebriante liberazione individuale da ogni legame naturale e tradizionale, che continuamente trabocca dalla sua coppa, ci redime e ci riempie l'anima. Ma questa libertà può anche svuotarci. L'individuo portatore di diritti inviolabili della persona è anche un individuo purtroppo astratto e solitario. Non si tratta soltanto di una definizione giuridica, ma anche di una realtà sociale. L'individuo, allargando i suoi diritti personali, acquisendo la libertà di potersi scegliere, costruire e ricostruire ogni giorno il proprio destino affettivo, lavorativo, ideale e spirituale inevitabilmente logora, taglia o addirittura distrugge molte catene che lo legavano un tempo alla famiglia, al clan, alle gilde corporative, al suo ordine sociale. E queste catene erano però anche sostegni, corde, fili rassicuranti, sentieri ben tracciati, magari opprimenti ma anche protettivi e fornitori di senso. Poiché non è affatto detto che una persona, costretta a trovare da sé stessa un senso ogni giorno per la sua esistenza, riesca poi a trovarlo, questo senso. Ci vuole intelligenza, inventiva e coraggio per una simile impresa, e questo non è da tutti e non è fattibile sempre, per tutto l'arco di una esistenza. Ecco allora l'Islam, la religione della sottomissione, che irride la presunzione, la hybris dell'uomo occidentale, la sua pretesa di farsi pari a Dio, di essere capace di tracciare e lastricare da sé stesso la propria via ogni giorno, di trovare consolazione in un Dio che si limita a condividere la condizione umana incarnandosi, ma che non dà suggerimenti chiari. Anzi, egli incarnandosi ha sostanzialmente abolito buona parte della Legge divina, riducendola all'osso, sebbene egli affermi di averla compiuta, non abolita. Ma questa Legge precedente era forse troppo dura e al tempo stesso portava già in sé, nei messaggi profetici, il seme della propria dissoluzione, la dignità quasi divina concessa alla creatura già nell'ebraismo. Dall'altro lato, l'Islam pone una Legge invalicabile, una corda cui aggrapparsi che porta il credente direttamente a Dio. E al tempo stesso questa Legge è però un carico leggero, quasi dolce, anzi spesso dolce di tutte le dolcezze terrene. Ecco un segreto dell'Islam: la sua misericordiosità verso la debolezza dell'uomo. La Legge c'è, ma non è difficile da compiere. E qui si rivela la naturalità dell'Islam, la sua anti-asceticità. E tornando per un momento al femminismo islamico, possiamo ora capire perché questo movimento non si sia pressoché mai messo in contrapposizione alla religione islamica. La donna islamica vive la realtà di Dio come verità di fatto, natura evidente. Non si tratta di discutere e nemmeno di negare, ma semplicemente di sottomettersi a un dato di partenza: la realtà di Dio. E ricollegandomi al titolo del post, si comprende anche perché la critica islamica all'occidente è così efficace. Esso va a negare e svelare proprio quel non essere mai via di mezzo che è tipico dell'occidente, quel suo stato di disagio e lacerazione tra vertici sempre eccessivi, di totale realizzazione nel mondo o di completa negazione del mondo, sempre comunque alla ricerca di una orgogliosa e perfino arrogante affermazione dell'individuo personale staccato dal contesto naturale. Natura che può essere sia negata in un tentativo di suprema e assoluta elevazione spirituale, sia manipolata e dominata attraverso la potenza tecnologica.

The islamic feminista (2004-12-30 10:04:00) Corespondance between a Christian and a Muslim. http://www.livejournal.com/community/islamicfeminist/53185.html#cutid1

Il femminismo islamico è una critica all'occidente?

I medesimi dubbi espressi da Lia nel suo post li ritroviamo ancora nel post del solito The Islamic Feminista

Soul-inside scrive: "Islam is proactive to female rights- entitling them to their own money and property (a right that they got much earlier than their European counterparts). One thing that I grieve over is for the secular woman, and the secularized Christian women- now that they have "equal rights" that is they can work full time jobs, they still have to come home and do chores and take care of the kids. Now women have to be 'superwomen'. Women are even working the full terms of their pregnancies here in the States. Islam mandates that the man is 100% responsible for taking care of financial affairs, still permitting the woman to work if she wants to and do what she chooses with her own money- while she is responsible for the household. Granted, this also marginalizes women too. The women who do not want children or the women who want careers and be married. There are Islamic feminists who are dedicated to trying to break the social taboos of such circumstances."

In breve, si rivendica il reale miglioramemnto della condizione della donna nel passaggio dal politesimo tribale all'Islam, seguito poi da un accenno agli aspetti critici della equiparazione giuridica ed emanciapzione ottentua dalla donna occidentale, più o meno cristiana. Il tema della superwoman è un tema tipico del femminismo americano, e crea in genere sconcerto in tutti, comprese le donne. In realtà, quando ci si ritrova ad esaminare il fenomeno della superwoman, della donna cioè costretta a sopportare il doppio carico di lavoratrice competente e professionalmente appagata e al tempo stesso moglie e madre efficiente e adorabile, si finisce spesso in un bivio che è al tempo stesso un vicolo cieco. Il fenomeno della superwoman è da addebbitare ad una insufficiente emancipazione, oppure nasconde in maniera velata il dubbio che non tutto del vecchio ordine fosse da buttare? In altre parole, sono gli uomini che dovrebbero del tutto equipararsi alle donne anche nelle faccende domestiche, e non facendolo caricoano le donne di un peso raddoppiato, finendo per trasformare subdolamente l'emacipazione in una trappola? Oppure esiste uno specifico di genere, un regno femminile che comprende l'allevamento dei figli e la cura del focolare e che rimane, per mistersiose, quasi sacre ragioni, inevitabilmente (e, quindi, non subdolamente) al di fuori della portata del maschio? Nel primo caso, il doppio carcio è solo un ostacolo da superare sulla via della parità definitiva. Nel secondo, ci si troverebbe invece di fronet a una di quelle aporie proprie della vita, che suggerisono ai più pessimisti tra noi una visione al fondo tagica dell'esistenza, sia pure tra mille consolazioni materiali e spirituali.

Ma torniamo a noi. L'Islam ha buon gioco a sottolineare questa aporia. Sebbene l'Islam possa sempre mostrare a suo merito i miglioramenti che esso apportò alla condizione femminile all'inizio del suo sviluppo storico, non può poi però paragonare questi miglioramenti alla parità se non altro giuridica dello Stato di Diritto all'occidentale, che elimina almeno teoricamente le differenze di genere riducendole all'indivduo indifferenziaot portatore dei diritti inviolabili della persona. Non può mostrare un simile grado di parificazione, è vero: ma può però sottolineare, con una efficiacia che è solo sua e che non è di nessuna delle altre correnti religiose tradizionali, come questa concezione astratta dell'individuo porti con sé i suoi disagi inevitabili, e può suggerire con ben altra forza rispetto al femminismo o a qualunque movimento di idee o di opinioni progressista che la soluzione non si trova sempre e soltanto in un cammino che ci sta davanti, in un progresso senza fine, ma può trovarsi anche indietro, alle nostre spalle. L'Islam è infatti libero dalle pastoie progressiste che comunque appesantiscono la critica di sinistra alla modernità.

Così, il nostro buon amico Soul-inside può ben sostenere, con una calma che nessun pensatore progressista occidentale potrà mai esibire, che "Islam mandates that the man is 100% responsible for taking care of financial affairs, still permitting the woman to work if she wants to and do what she chooses with her own money- while she is responsible for the household." In altre parole, si tratta degli stessi pensieri di Lia: garantire alcuni diritti sociali e giuridici alla donna in un campo che rimane però tranquillamente di competenza de maschio, e questo sena alcuna remora o imore di apparire retrogrado o politicamente scorretto. Il pensierio sottostane è che, stabilito che la donna può e deve vedere la propria condizione sociale migliorata in un mondo di maggiore benessere materiale, essa comunque non deve aspirare alla parità perfetta nel mondo del lavoro e degli affari, che deve rimanere un mondo maschile, così come quello della casa e dell'accudimento dei figli rimane il regno della donna. E questo è anche il messaggio dei libri della Merinissi, libri che descrivono in maniera positiva l'operare della donna all'interno dell'Haramlik, il luogo della casa araba riservato alle donne, luogo in cui essa non sarebbe segregata, ma in cui superbamente regna.

Lo stesso soul_inside ammette che una simile visione finisce per penalizzare quelle donne che non intendono fare figli e realizzarsi nella famiglia, quelle donne che non vedono il lavoro e una maggiore emancipazione sociale soltanto con una piacevole aggiunta a una vita che rimane centrata sull accudimento e l'allevamento, ma che invece intendono partecipare a tempo pieno al mondo maschile del lavoro, degli affari, perfino della guerra, in breve della realizzazione di sé attraverso l'ottenimento di obiettivi personali, quasi egoistici, piuttosto che attraverso la cura degli altri (siano pure i figli, questi altri) e l'abnegazione comunitaria.

Va da sé che tutto questo è difficilmente conciliabile con una visione semplicistica della ointegrazione tra cultura islamica e occidentale. Qui non si tratta tanto di paventare terroristi che si fanno esplodere improvvisamente alla'ngolo della strada, o di temere guerre di religione. Qui si tratta di ben altro. Forse non di un pericolo maggiore, ma sicuramemnte di una svolta cultuyrale di ben altra portata. Siamno di fronte a una critica forte dell'occidente e della sua cultura, di una capacità forte e davvero radicale di mettere in mostra con rara efficacia le aporie della condizone occidentale, l'efficacia concreta delle credenze religiose ma anche dei problemi reali e dei fatti concreti e non quella sfuggente e acquosa delle filosofie. Il femminismo islamico è dunque soprattutto una critica all'ccidente, piuttosto che una consolazione per chi vuole pensare, semplicisticamente, che "loro sono come noi: hanno pure le femministe!" Un risultato che delude gli alfieri della facile integrazione. Ma é pensabile che questa critica si possa limitare soltanto alla condizone femminile? Non si estenderà anche ad altri aspetti, come la libertà sessuale, la tolleranza verso gli omosessuali, e tutti quegli aspetti della tolleranza che inevitabilmente finiscono per indebolire l'aspetto comunitaristico della società? Su questo bisogna riflettere. La vita è fatta di scelte, e ogni scelta porta dei vantaggi ma anche alcuni svantaggi, a olte dolorisoi. La scelta liberale è purtroppo, spesso anticomunitaria, e questo genera un disagio, disagio che può essere chiamato in vari modi: diffidenza antitecnologica, rifiuto dell'occidnete, disagio della civiltà. E poi vi sono altri mondi, che invece la scelta anticomunitaria non la hanno effettuata. La loro scelta è e rimane differente. Tra questi mondi l'Islam rimane, per una serie di ragioni, non quello più distante (anzi, per alcuni versi è proprio la presenza di alcuni punti in comune che genera il conflitto), ma quello che rapprestenta, con la sua stessa semplice esistenza, la critica più efficace all'occidente. Per convinzione personale sincera e non per esteriore correttezza politica non chiamerò questa scelta né retrograda né barbarica né malefica, ma comnuque continuerò a chiamarla una scelta differente, che implica percorsi differenti e modelli sociali, giuridici ed economici differenti. E questi modelli non sono sempre integrabili a volontà. Nè si può sempolre risolvere tutto onvoncand un generico illuminismo più o meno diestico e/o più o meno ateistico (dipende dai gusti) di massa che risolva tutto con un tocco magico.

Christian and islamic feminism (2004-12-30 04:33:00; 2004-12-31 08:36). http://www.livejournal.com/community/islamicfeminist/52580.html