giovedì, dicembre 30, 2004

donne arabe e donne calabresi: un confronto

Cerchiamo allora di mettere ordine, in base a quanto detto nei due post precedenti. Nella descrizione delle 3 generazioni di donne calabresi, descrizione fatta da Renate Siebert, una professoressa universitaria di origine tedesca che insegna presso l'Università di Cosenza, vi è un racconto di emancipazione femminista di tipo classico: un percorso illuminista di liberazione, ancora incompleto, sicuramente lento, ma avviato verso un obiettivo di redenzione finale attraverso la conquista della libertà e della emancipazione. La costruzione di una società orizzontale di pari, l'affermazione individuale e personale sono il perno intorno al quale ruota tutta la macchina del racconto. Dalla condizione di dolorosa e quasi disumana sottomissione delle nonne alla realizzazione di sé attraverso il lavoro, lo studio e l'autonomia delle scelte delle nipoti. I disagi sono presenti, ma sono attribuiti sostanzialmente soltanto alla incompletezza del processo e alla arretratezza economica, non ancora al passo con la modernizzazioni delle aspirazioni e dei desideri delle ragazze.
Il quadro offerto da Lia è più complesso. In defintiva, il luminoso percorso di liebrazione illuministaca che traccia la Siebert è smentito. Si suggerisce non solo che movimenti di emancipazione sono stati e sono possibili in luoghi lontani dalla nota triade riforma religiosa/laicizzazione/defedaulizzazione economica. Fosse tutto qui, non sarebbe poi una scoperta così sbalorditiva. Azi, si tratterebbe di una nozione rassicurante: la liberazione dal'oscurantismo tradizionale avanza anche fuori dall'occidente. No, qui si suggersice ben altro, e che cioè quello stesso mondo tradizionale, così demonizzato, era ben diverso dai colori funebri troppo spesso utilizzati. La condizione della donna, ad esempio, era ben lontana dall'essere del tutto negativa. Galal, il regista del film sulle donne arabe, finisce per ritrarre una delle donne appartenenti alla generazione più anziana, e quindi teoricamente più sottomesse al potere maschile, come una donna affatto passiva, ma piena di interessi e di personalità: "I quickly discovered," dice Galal "that I was in front of a woman who was rather more than just a housewife. She had many interests, and maintained a very private life. She had a great desire to express herself through some medium, and actually learned how to burn figures on wood. She would listen to Umm Kalthoum on the first Thursday of the month, after her parents had gone to bed, and was captivated by the love songs. She worked hard to secure a private niche for herself, to secure a degree of personal freedom."
Un altro esempio sono i libri di Fatima Mernissi (1992, 1999, 2000) dedicati all'harem e alle donne dell'harem. Anche qui troviamo lo stesso effetto spiazzante. Le donne dell'harem, e per harem non si intende soltanto il serraglio del sultano, ma anche quello domestico ed é composto da tutte le donne della famiglia: madri, zie, nonne, cugine, le componenti della grande famiglia patriarcale allargata. La Mernissi smentisce un altro modulo interpretatvio occidentale: mentre gli occidentali hanno raffigurato le bellezze da harem come creature innocue e statiche, La Mernissi le mostra come donne battagliere, affatto schiavizzate.
Insomma, siamo in presenza di una vera a propria critica del pensiero rivoluzionario occidentale, un rifiuto del giacobinismo radicale. Sembra quasi di leggere una versione orientale di un certo pensiero liberalconservatore, quello che nasce con Edmund Burke, un pensiero che, sebbene fosse in grado di apprezzare i fenomeni della modernizzazione e della secoralizzazione, non mancasse però di puntare lo sguardo anche agli inevitabili risvolti negativi e di ammonire che vi era un costo da pagare, soprattutto nel caso in cui la secolarizzazione tagliasse tutte le radici che legavano il presente al passato.
Insomma, esiste un femminismo arabo, ma questo femminismo non tenta mai di separare il passato dal presente, ma va sempre alla ricerca della sua giustificaazione tradizionale e religiosa, sia nel Corano che in altre fonti. Osserviamo ad esempio questo breve dialogo sul sito "The Islamic Feminista" (http://www.livejournal.com/community/islamicfeminist/). Un ragazzo si presenta, e scrive: "Although I am muslim I am Pro-Feminist, Gay postive and animal friendly"

Immediata la risposta: "I believe Islam IS pro-feminist, Gay-positive, and extremely animal-friendly. I suppose the Gay-positive can be argued, but at least compared to Christianity..."

Il nuovo frequentatore del forum si scusa: "My intention was not to tick anyone off. I too believe that being a muslim and pro-feminst isn't a contradiction. Pro-feminism is a big part of why I am a muslim."

E per finire: "Yeah, that's just a stereotype of Islam. I don't think anyone here belives that Islam isn't pro-feminist and gay positive, but it sort of becomes a reflex to say one is a muslim and then refute the stereotype"

Riflettiamo. E' possibile una simile conversazione in occidente, che sostituisca all'islam il cristianesimo? Forse si, è possbile, e con un po' di pazienza si potrebbe trovare un gruppo culturale che predichi il femminismo su base religiosa e cristiana, se non addirittura cattolica.
Tuttavia, un tale movimento, se esiste, è sicuramente marginale. Quello che colpisce, invece, è che nel mondo arabo il cuore ideologico del femminismo è appunto il femminismo islamico. C'è da dire che, comunque, tale femminismo opera una differenzazione tra buona tradizionae, basata sulla rivelazione coranica, e cattiva tradizione, basata su una cultura patriarcale sostanzialmente non religoiosa. Leggiamo infatti nella presentazione del sito "The islamic feminista", che il femminismo islamico nasce "In order to reverse the effects that 9th century patriarchal thinking and behaviour had on fiqh (Islamic jurisprudence) we must study the Qur’an in its original Arabic form, as well as study the ahadith which been widely misused and taken out of context."
Dunque, con questa distinzione, un residuo di pensiero rivoluzionario antipatriarcale e genericamente antitradizionale viene accolto, ma al tempo stesso viene competamente preservata la fedeltà alla radice religiosa islamica. Si tratta di un altro esempio di protesta accomodante e di conciliazione? La risposta non è semplice.

Fatima Mernissi, (1992). Le donne del profeta. La condizione femminile nell'Islam. ECIG
Fatima Mernissi, (1999). La terrazza proibita. Vita nell'harem. Giunti Editore.
Fatima Mernissi, (2000). L'harem e l'occidente. Giunti Editore.