lunedì, novembre 08, 2004

Il velo e l'appraisal

Continuiamo dunque lungo il sentiero della sincerità, in attesa di controcolpire. Sentiero invero impervio, ma qui non si desidera imitare Macbeth, quando ordinava ai servi di spegnere tutte le torce nelle ampie sale del suo castello temendo che esse illuminassero i suoi pensieri più neri, mentre meditava lutulento e fangoso come uccidere il Re Duncan e impossessarsi del trono. No, illuminiamo il nostro cuore tristo, vediamo cosa incontriamo in questo scrigno pulsante di veleno. Insomma, cosa desideriamo noi più-o-meno-con? Forse qualcosa di non troppo lontano da ciò che leggevo nell’Espresso non so quando, qualcosa che suonava irosamente come: “ma insomma, cosa si vuole? Che ci si arruoli nei ranghi di questa sconclusionata crociata, e che tra questi ranghi si ristia tranquilli e muti, in attesa degli ordini dei difensori della fede e tutti ferocemente compresi nella difesa dell’occidente?” Beh, è possibile, non siamo lontani dal vero, lo si confessi. Qui si sognano, in menti surriscaldate dalla noia consumistica occidentale, guerre di religione che diano un senso, quel senso che non riusciamo trovare nella quotidiana commedia della politica interna, delle elezioni, del destra-sinistra-centro. Triste verità. Ma non accontentiamoci di questo, andiamo avanti. Diremmo che è tutta questione di appraisal. L’appraisal, come definito da Frijda (1986) e da Lazarus (1991) è una valutazione mentale, ma immediata e calda, sentita più di pancia che di testa, che usa una quantità minima di argomentazione più o meno razionale (argomento però questo molto dibattuto, poiché sulla effettiva razionalità poi del cosiddetto pensiero freddo e argomentato ci sono montagne di polemiche e di scartoffie). Questo appraisal è proprio quello che ci manca quando sentiamo parlare di destra-sinistra-centro e che non ci scalda il cuore, ma è anche ciò che manca ad altri quando sentono parlare di occidente. Possiamo trovare l’appraisal ovunque, perfino nelle pagine di Nietzsche, che tra le altre cose si definiva insigne psicologo. Possiamo trovare l’appraisal in moltissime pagine di Nietzsche, sia tra le danzanti e piangenti proposizioni del quinto libro della ‘Gaia Scienza’che tra quelle più rosee e in punta di dita di ‘Aurora’, o nelle martellanti autocrocifissioni di ‘Ecce Homo’, già pronto alla pazzia e all’abbraccio del dolore, tra le geometriche vie di Torino. Suonerà un po’ noioso e deludente sapere che Nietzsche applicava il suo appraisal alla solita polemica trita e ritrita contro la sinistra, contro i progressisti, come li chiamava lui, la cui psicologia e il cui spirito, diceva lui, sono sempre irrimediabilmente comediénne. Ma ritroveremo la stessa argomentazione, sebbene a segno politico rovesciato, nelle pagine di Claudio Magris, il nostro piccolo Schnitzler di Trieste italiana. Anche lui, come Nietzsche, finisce col confessare che la scelta dello schieramento politico è sempre questione unicamente di appraisal. Detto questo, passiamo oltre, e torniamo a noi. Qui ora si vuole tornare al nostro argomento preferito, almeno di questi tempi: l’Islam, croce e delizia. Parleremo del velo, argomento misterioso per noi occidentali di qualunque colore. La vulgata più semplice vuole che si tratti di uno strumento di tortura e di oppressione, somministrato in zone rurali a donne indifese da uomini nerboruti e oppressori. Vedremo che non è proprio così, anche se è anche così. Ma non in campagna.
Leggiamo un buon libro sull’argomento, di Arlene Elow Macleod (1991), il cui titolo è ”Accommodating Protest: Working Women, the New Veiling, and Change in Cairo.” Una rapida scorsa oggi pomeriggio, in attesa di un maggiore approfondimento che non tarderò di somministrare ai miei pochi e infelici lettori. Il velo come scelta della donna e come “protesta assecondante” o “protesta accomodante”. La situazione della donna in Egitto è simile alla difficile condizione della donna in altri luoghi di transizione culturale. Ma mi vien da dire che l’approdo non è stato raggiunto da nessuno, onde tutti siamo in transizione e con il mal di mare, intenti a vomitare oltre le murate. Ma in quei luoghi di maggior transizione e tradizione, la situazione è aggrovigliata ancor di più: emergono i dolori e i drammi di una nuova concezione dell’uomo e della donna, non più regolati a funzioni tradizionali tipiche di una società impalcata per ordini e ranghi sociali non solo predefiniti, ma addirittura retti e sanzionati da una radice trascendente, una nuova concezione emerge, dicevo, in cui l’uomo è la donna sono più liberi, più portati a “divenire”, a “migliorarsi” sotto ogni punto di vista, culturale, economico, fisico, magari anche sessuale, e a “realizzarsi” e non più ad “essere”, a svolgere un ruolo eterno e sacralizzato da una natura primordiale o anche da una rivelazione, in un ciclo forse sempre eguale a se stesso, un eliadico eterno ritorno che può essere sentito come una macchina dentata, ma che è anche pieno di senso religioso, magico e sacro e che ammanisce agli uomini il senso o l’illusione di essere pastori dell’essere. Tutto questo scompare nel fondo. Gli uomini cominciano a vivere in un mondo secolarizzato, dove non sono mai nulla e devono sempre diventare qualcosa, realizzarsi. Cosa non semplice.
O almeno, così è nell’occidente industrializzato. Nel mondo mediterraneo le cose si complicano. Prima di tutto, sebbene non si muoia propriamente di fame,certamente non vi è una società dinamica e gonfia di occasioni e di opportunità come nell’occidente più maturo. Quindi le aspettative si scontrano con realtà più avare. In secondo luogo, soprattutto nel mondo islamico, ci si scontra con un rapporto con la modernità ancora più ambiguo e ambivalente del nostro.
E’ noto che qui da noi, nei porti grigi della terra del tramonto, l’occidente, è di gran moda lamentarsi. Siamo tutti un po’ estremisti rosé, apocalittici a colazione e poi integratissimi a pranzo e a cena. Aspiriamo al sacerdozio dell’essere, a officiare sanguinosi sacrifici umani che facciano risorgere il sole ogni mattina, in compagnia del serpente piumato sulle piramidi di Teotihuacan, la città degli Dei, con Tezcatlipoca, Dio del piacere e delle oscurità. Desideriamo questo a volte perfino per un buon quarto d’ora, o forse anche solo dieci minuti, prima di precipitarci in ufficio, nel traffico, nella pioggia o anche sotto il sole. La nostra ambivalenza finisce qui.
Non è cosi semplice come da noi (se poi è semplice) in Egitto. Dicevo dei problemi dati dalle maggiori ristrettezze economiche. Intendiamoci, lì c’è un ceto medio, non cominciamo ad immaginare paternalisticamente scenari terzomondisti di torme di affamati e illetterati piangenti, che servano ad alimentare il nostro compiaciuto senso di colpa. Ma è un ceto medio che fatica, in cui la donna è costretta a lavorare perché la famiglia arrivi alla fine del mese. E qui comincia un primo dramma. La donna lavora, deve lavorare, ma questa scelta è impopolarissima. La donna lavoratrice perde rapidamente la stima di tutto il vicinato. Si accumulano pressioni, chiacchiere non propriamente gradevoli: “Tuo marito ti lascerà presto… Se vai al lavoro come farai a cucinare bene?” Peccato che il lavoro sia spesso una scelta obbligata, perché uno stipendio non basta. Insomma, siamo lontani dalla donna in carriera occidentale. E poi, questa storia del cibo. Pare che i maschi egiziani siano insopportabili su questo punto. Avete presente il marito che, dalle nostre parti, dice sempre alla moglie: “Mia madre cucina meglio?” bene, questa è la versione bonaria. In Egitto, almeno a detta del libro della MacLeod, troviamo veri e propri rompiscatole perennemente delusi e irritati dalla cucina delle loro mogli, con un grado di tensione familiare davvero sconcertante.
Insomma, alla fine il grado di pressione sociale diventa insopportabile. La donna che va al lavoro, spesso costretta a alzarsi prestissimo (indovinate perché? Per poter recarsi al mercato a prendere le verdure più fresche, le uniche che piacciono al marito), correre al lavoro, subire toccamenti e abbordaggi continui da parte di un popolo maschile che considera abbordabile e toccabile ogni donna non scortata da un maschio di famiglia, subire poi queste esperienze anche sul posto di lavoro, correre a casa a cucinare con gli alimenti di prima qualità scelti di prima mattina, curare i figli e infine sentirsi dire che non è una buona moglie sotto tutti i punti di vista, a cominciare dalla cucina, cosa fa? Infine recupera tutta la sua credibilità con il velo... (prosegue con L'amore e l'occidente)

Letture:
Frijda, N. (1986). The Emotions. Studies in Emotion and Social Interaction. New York: Cambridge University Press
Lazarus, R.S. (1991). Emotion and Adaptation. New York, NY: Oxford University Press
Macleod, A.E. (1991), Accommodating Protest: Working Women, the New Veiling, and Change in Cairo. New York, NY: Columbia University Press

2 Comments:

Anonymous Anonimo ha scritto...

Bellissimo, il post, ma mi urge una considerazione su questa tua frase: "subire toccamenti e abbordaggi continui da parte di un popolo maschile che considera abbordabile e toccabile ogni donna non scortata da un maschio di famiglia."
No, aspetta, questo non mi torna. Al contrario, questo è un popolo in cui il toccarsi è un notevole tabù e che riesce ad evitarlo con virtuosismi inesistenti, da noi: puoi attraversare una discoteca come se fosse il Mar Rosso, in Egitto, fendendo la folla senza essere nemmeno sfiorata, e vedrai la gente ingegnarsi a livelli da contorsionisti, per non sfiorarti in autobus o in metro. In realtà molestare le donne è parecchio mal visto, qui, e io stessa ho involontariamente causato un brutto pestaggio all'unico tizio che mi abbia mai molestato in 10 anni che frequento l'Egitto. Non lo sapevo che, denunciandolo ai presenti, questi gli avrebbero dato tante botte. Me ne sono pentita.

Tutto questo, con un'eccezione è una novità: l'eccezione sono i posti o le situazioni molto frequentati dai turisti: qui c'è l'idea che alle turiste PIACCIA essere molestate, che ti devo dire. Dove sono loro, quindi, c'è l'Egitto peggiore e il più scocciante.
La novità, invece, è che negli ultimi tempi gli sguardi, le parole e persino i toccamenti in strada stanno aumentando clamorosamente, e qui ne parlano i giornali (c'era un lungo articolo su Egypt Today, qualche tempo fa), le donne e così via. proprio perchè è una novità. La domanda è se ha a che fare con l'invasione di veli che c'è qui, questo abbassamento dell'autocontrollo maschile. O se, magari, è solo uno dei sintomi di una crisi sociale che comunque c'è.
Qualunque sia la risposta, rimane il fatto che l'Egitto non è il Sud Italia: nessuno pensa di "avere il diritto" di molestarti. Se lo fanno, in genere sanno benissimo che dovrebbero vergognarsi, invece.
(Oddio, che commento lungo! Chiedo venia!)

Lia

4:02 AM  
Blogger Contropolemico ha scritto...

Mi sembra un commento molto importante che corregge una inesattezza. La lunghezza in questo blog è benvenuta.

4:27 AM  

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