venerdì, novembre 19, 2004

Il velo come riconciliazione

Proseguo il commento e riassunto del libro della MacLeod "Accommodating Protest: Working Women, the New Veiling, and Change in Cairo", già iniziato nel post di domenica 7 novembre. In breve, il velo per la donna musulmana, o almeno per la donna egiziana, svolge una serie di ruoli, una serie di parti. La prima parte che il velo riveste sulla scena è quella della riconciliazione, la riconciliazione con la tradizione. Il velo è infatti indossato per lo più da donne della borghesia urbana medio-bassa e questa borghesia, per mantenere il decoro sociale, spesso deve accettare il lavoro femminile, inaccettabile nelle aspettative più tradizionali. Le donne lavoratrici, comunque, lavorano anche per soddisfazione personale, e non solo per mantenere e ottenere questo decoro borghese, fatto di case, vestiti e mobilio dignitosi, possibilità di fornire una buona istruzione ai figli ecc. Vi è quindi la penetrazione del valore occidentale della realizzazione personale attraverso il lavoro, valore del tutto estraneo alla mentalità tradizionale, che invece vede pessimisticamente il lavoro come fatica e condanna, e come marchio di inferiorità, segno di casta delle classi non-aristocratiche, mentre le classi superiori sono guerriere e sacerdotali e giammai dedite al lavoro salariato. Tuttavia, questa realizzazione attraverso il lavoro non si accompagna a un atteggiamento aggressivo verso il mondo tradizionale. Sembra che in Egitto vi sia poco della ferocia iconoclasta, dissacratrice e antitradizionale che caratterizza alcune popolazioni sociali occidentali, come ad esempio i giovani, o le femministe militanti. Al contrario, la donna lavoratrice e che aspira a un certo grado di autonomia psicologica ed economica sente il bisogno di ricucire lo strappo che la ha sepratav dalla tradizione, e lo fa indossando il velo. Sono le cosiddette muhagabba, le donne velate che hanno assunto il higab, una delle forme del velo. Il messaggio sociale trasmesso é: sebbene io sia una donna lavoratrice, e in quanto tale socialmente condannabile, sono anche una brava donna di casa tradizionale, che accudisce i figli e il marito, tiene pulita e decorosa la casa e prepara buoni pranzi. In Egitto, in altre parole, sembra essere assente il concetto marxista, ma anche hegeliano, e soprattutto tipicamente occidentale, di "falsa coscienza". La donna egiziana sembra mettere in atto una emancipazione puramente pragmatica, che si limita alla ricerca di un buon lavoro e di un certo grado di autonomia, senza però criticare e picconare alle fondamenta l'ideologia tradizionale e senza incolparla di "falsa coscienza", di essere cioè una impalcatura vuota il cui unico fine è un belluino rapporto di potere: l'oppressione del debole, in questo caso la donna, e il dominio del forte, in questo caso il maschio. La donna musulmana continua non solo ad accettare il dominio del maschio, ma perfino a giustificarlo moralmente e religiosamente. Tanto è vero che la diffusione del lavoro tra le donne non è affatto accompgnata, a detta della MacLeod, da un movimento di pressione pubblica e privata da parte delle donne egiziane volto ad ottenere maggiore aiuto nella gestione della casa o nell’accudimento dei figli o nella preparazione dei cibi. Anzi, quest’ultimo punto è, a quanto pare, gelosamente irrinunciabile per la donna egiziana: la preparazione di pranzi succulenti che incontrino la piena soddisfazione del marito è un punto di valore centrale per la donna, un luogo dove essa realizza il suo ruolo tradizionale con una pienezza di sensi che , in realtà, forse l’autonomia lavorativa ancora è ben lontana dal poter fornire. Ecco quindi che le donne egiziane si ingegnano per preparare manicaretti di elaborazione raffinata per i loro mariti. Guardiamole svegliarsi presto al mattino per recarsi al mercato e ottenere gli ortaggi e le carni migliori, ed anche più costose. E' pur vero che tanta acquiescenza, che dovrebbe fare la felicità di ogni conservatore occidentale, non è del tutto spontanea, è anche frutto di pressione sociale. Il rimprovero sociale per la donna lavoratrice è diffuso e pesante, in forme penetranti, invadenti e ben poco sopportabili se non da personalità con un grado superiore di autonomia e confidenza. Eppure, per quanto esterna sia tutta questa pressione sociale, l’impressione finale, dalla lettura del libro, è che questo valore sia pienamente interiorizzato, accettato e vissuto.
Questo quadro è forse idilliaco, e sarebbe bene aggiungere un altro post sulle violenze che subiscono le donne musulmane. Ma per ora rimaniamo su questo punto. Approfondiamolo, torniamo a parlare della preparazione del pranzo. La preparazione del pranzo è forse uno dei segnali più forti della piena accettazione, da parte delle egiziane, dei ruoli di genere di tipo tradizionale, con quella nicchia aggiuntiva progressista che è il lavoro. Se c’è stato un comportamento della donna occidentale che probabilmente ha segnato la rottura con il vecchio mondo è forse proprio l’abbandono dei fornelli casalinghi. Questo strappo, mai davvero ricucito, ha promosso il consumismo alimentare forse più di tante pubblicità e reclame, poiché è stato questo atto che davvero ha promosso l’uso di massa dei cibi precotti, dello scatolame di supermercato e del mangiar fuori, al ristorante. Non solo. La rinuncia alla cucina casalinga ha anche minato la cucina tradizionale, che era appunto quella delle donne e fatta in casa, e che è stata sostituita dalla cucina d’arte e commerciale, spesso difficilmente distinguibili, che è la cucina dei ristoranti più o meno raffinati, la cucina dei corsi di cucina e di gourmet. Una cucina d’arte si, ma di massa al tempo stesso, quindi non troppo elaborata, non troppo francese, non troppo di corte o non troppo alto-borghese, preparata da domestici specializzati. Questo spiega forse il boom della cucina italiana, raffinata e popolare al tempo stesso, che con i suoi ingredienti semplici si presta a meraviglia, paradossalmente, alla riproducibilità industriale, molto più della francese. Ma non è così in Egitto e non è così, credo, in altri paesi arabi, dove la donna compie salti mortali per soddisfare il marito a tavola.Il quadro è, obiettivamente allettante, soprattutto per un osservatore tradizionalista, probabilmente infastidito dalla petulante aggressività di alcune donne occidentali emancipate, a volte un po’ troppo piagnone, un po’ troppo nevrotiche, un po’ troppo sbalestrate nella loro indipendenza, così piena e soddisfante, ma anche sottraente, poichè le lascia però anche prive del loro ruolo tradizionale, senza figli da accudire e senza mariti da viziare. Che si fa? Si prende una moglie egiziana? Anche la donna egiziana vive questo dissidio e teme di perdere i privilegi della usa condizione inferiore ma protetta e rispettata al tempo stesso, per finire nel mare magno e angosciante della perfetta uguaglianza liberale dei diritti. Lo strappo, ci dicono varie voci, e varie agenzie matrimoniali, lì è stato, almeno finora, meno lacerante, e viene medicato con efficacia ippocratica dal velo. Ma non è tutto oro quel che luce, e seguiamo ancora la MacLeod, la quale ci avverte che il velo è però anche protesta e non solo riconciliazione… (prosegue al più presto)