sabato, novembre 20, 2004

Femministi

Più medito sul velo e più mi affascina coi suoi sapori orientali. Questa donna velata, danzante, invitante, mi dicono accudente, che dico? Più che accudente, pieghevole e ricca di curve ma sempre e soltanto suggerite, dolce sforzo che ti rende un indovino del desiderio, preparatrice amorevole di squisiti piatti e manicaretti, disposta a subire le mie maritali ramogne insoddisfatte come segno non dico di affetto (che espressione molluscosamente occidentale, "segno di affetto"), che si vela per promettere e si copre per attirare, che cela nei suoi occhi neri un tesoro di delizie vasto come una terra inesplorata e misterioso e caldo come un deserto attraversato da pigri cammelli, forse a volte un po' moralista quando paragona spesso, troppo spesso direi, la sua assertiva e fiera controparte occidentale, così proclive invece a rivelarsi e a scoprirsi, al pesce morto e disteso tra le erbe umide sul bancone freddo e marmoreo del pescivendolo, alla carne sanguinosa delle manze macellata sui banconi del macellai dagli affilati coltelli, questa donna, dicevo, che scompare tra i fumi dolci del tabacco alla mela emessi sensualmente dai narghilè svasati e mollemente allungati, questa donna è forse più appetibile di quella occidentale? Forse si. Dico proprio appetibile, si badi bene, senza infingimenti femmnistici. E perché no? Una donna capace di rendere al maschio la forza a un tempo illusria e realissima del comando e del potere, che ci restituisce la possibilità di essere delusi senza indegni timori di rappresaglie, di essere delusi del cibo mal preparato, mal cotto, mal servito, mal condito, mal concepito fin dall'origine. E non è forse questo un sogno occidentale, un pigro sogno pomeridiano di pigrizie orientali, adagiato sui divani mollemente lontano, si lontano dalle difficoltà della vita, diuturna fatica di Sisifo. Forse questo sarà il premio finale che ci attende, attendato come un nomade dietro le torme di questa temuta invasione araba. Si, facciamoci indottrinare dai nostri fratelli nell'Islam, riconduciamo come docili buoi le donne nell'haramlik, lo spazio della donna in casa, il gineceo, che vi si ritiri alfine, e più non ci molesti e ci amareggi l'anima, già malata per la fatica del vivere, ma ci molcisca lo spirito e i sensi, soprattutto i sensi e i giorni e i piaceri, che non siano mai uguali a se stessi, ma si alternino vari come perle di differente colore sul filo in cui sono intrecciate in vezzo, e in tale guisa possiamo indossarle al collo orgogliosi e consolati dalla vita. Lasciamo ai neocon le loro occidentali fatiche casalinghe, il loro indignitoso affannarsi dietro scope, scopette, enormi buste della spesa, bimbi e bimbette frignanti e coccolose, chiasso e busse, e avviamoci mollemente a gustare tè verde e tabacco aromatico.

4 Comments:

Anonymous Anonimo ha scritto...

Uh. Urge che ti munisca di una copia di L'harem e l'Occidente, di Fatima Mernissi.
Non scherzo, corri!

(Gli altri non valgono. Solo quello. Ciao. :) )

9:36 PM  
Blogger Contropolemico ha scritto...

Grazie, ma... il tuo nome?

ciao

11:48 PM  
Blogger wile e-coyote ha scritto...

Hai detto haramlik?

http://www.ilcircolo.net/lia/

8:47 PM  
Anonymous Anonimo ha scritto...

Io anelo ad un prigo pomeriggio autunnale mollemente adagiata sul mio Anselmo (il divano), thè verde e aroma di olii profumati che inebriano l'aria e il cuore.
Anelo a carezze lievi e scivolose che trovino sulla mia pelle la loro collocazione naturale e thè verde che solchi le mie labbra per giungere tra gli anrfatti stanchi delle mie frattaglie.
Bramo gli antefatti di una copula come un bimbo che sbucci una caramella e ne mangi l'incartamento, mi cullo nella lieve illusione di un futuro di eunuchi capaci di rendere a noi donne la delicatezza a un tempo illusoria e realista della nostra femminilità.
Senza dover indugiare sul timore di rappresaglia per la nostra indisponibilità sessuale.
A che civiltà mi devo appellare?

Vis

11:10 PM  

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