sabato, novembre 20, 2004

Femministi

Più medito sul velo e più mi affascina coi suoi sapori orientali. Questa donna velata, danzante, invitante, mi dicono accudente, che dico? Più che accudente, pieghevole e ricca di curve ma sempre e soltanto suggerite, dolce sforzo che ti rende un indovino del desiderio, preparatrice amorevole di squisiti piatti e manicaretti, disposta a subire le mie maritali ramogne insoddisfatte come segno non dico di affetto (che espressione molluscosamente occidentale, "segno di affetto"), che si vela per promettere e si copre per attirare, che cela nei suoi occhi neri un tesoro di delizie vasto come una terra inesplorata e misterioso e caldo come un deserto attraversato da pigri cammelli, forse a volte un po' moralista quando paragona spesso, troppo spesso direi, la sua assertiva e fiera controparte occidentale, così proclive invece a rivelarsi e a scoprirsi, al pesce morto e disteso tra le erbe umide sul bancone freddo e marmoreo del pescivendolo, alla carne sanguinosa delle manze macellata sui banconi del macellai dagli affilati coltelli, questa donna, dicevo, che scompare tra i fumi dolci del tabacco alla mela emessi sensualmente dai narghilè svasati e mollemente allungati, questa donna è forse più appetibile di quella occidentale? Forse si. Dico proprio appetibile, si badi bene, senza infingimenti femmnistici. E perché no? Una donna capace di rendere al maschio la forza a un tempo illusria e realissima del comando e del potere, che ci restituisce la possibilità di essere delusi senza indegni timori di rappresaglie, di essere delusi del cibo mal preparato, mal cotto, mal servito, mal condito, mal concepito fin dall'origine. E non è forse questo un sogno occidentale, un pigro sogno pomeridiano di pigrizie orientali, adagiato sui divani mollemente lontano, si lontano dalle difficoltà della vita, diuturna fatica di Sisifo. Forse questo sarà il premio finale che ci attende, attendato come un nomade dietro le torme di questa temuta invasione araba. Si, facciamoci indottrinare dai nostri fratelli nell'Islam, riconduciamo come docili buoi le donne nell'haramlik, lo spazio della donna in casa, il gineceo, che vi si ritiri alfine, e più non ci molesti e ci amareggi l'anima, già malata per la fatica del vivere, ma ci molcisca lo spirito e i sensi, soprattutto i sensi e i giorni e i piaceri, che non siano mai uguali a se stessi, ma si alternino vari come perle di differente colore sul filo in cui sono intrecciate in vezzo, e in tale guisa possiamo indossarle al collo orgogliosi e consolati dalla vita. Lasciamo ai neocon le loro occidentali fatiche casalinghe, il loro indignitoso affannarsi dietro scope, scopette, enormi buste della spesa, bimbi e bimbette frignanti e coccolose, chiasso e busse, e avviamoci mollemente a gustare tè verde e tabacco aromatico.

venerdì, novembre 19, 2004

Il velo come riconciliazione

Proseguo il commento e riassunto del libro della MacLeod "Accommodating Protest: Working Women, the New Veiling, and Change in Cairo", già iniziato nel post di domenica 7 novembre. In breve, il velo per la donna musulmana, o almeno per la donna egiziana, svolge una serie di ruoli, una serie di parti. La prima parte che il velo riveste sulla scena è quella della riconciliazione, la riconciliazione con la tradizione. Il velo è infatti indossato per lo più da donne della borghesia urbana medio-bassa e questa borghesia, per mantenere il decoro sociale, spesso deve accettare il lavoro femminile, inaccettabile nelle aspettative più tradizionali. Le donne lavoratrici, comunque, lavorano anche per soddisfazione personale, e non solo per mantenere e ottenere questo decoro borghese, fatto di case, vestiti e mobilio dignitosi, possibilità di fornire una buona istruzione ai figli ecc. Vi è quindi la penetrazione del valore occidentale della realizzazione personale attraverso il lavoro, valore del tutto estraneo alla mentalità tradizionale, che invece vede pessimisticamente il lavoro come fatica e condanna, e come marchio di inferiorità, segno di casta delle classi non-aristocratiche, mentre le classi superiori sono guerriere e sacerdotali e giammai dedite al lavoro salariato. Tuttavia, questa realizzazione attraverso il lavoro non si accompagna a un atteggiamento aggressivo verso il mondo tradizionale. Sembra che in Egitto vi sia poco della ferocia iconoclasta, dissacratrice e antitradizionale che caratterizza alcune popolazioni sociali occidentali, come ad esempio i giovani, o le femministe militanti. Al contrario, la donna lavoratrice e che aspira a un certo grado di autonomia psicologica ed economica sente il bisogno di ricucire lo strappo che la ha sepratav dalla tradizione, e lo fa indossando il velo. Sono le cosiddette muhagabba, le donne velate che hanno assunto il higab, una delle forme del velo. Il messaggio sociale trasmesso é: sebbene io sia una donna lavoratrice, e in quanto tale socialmente condannabile, sono anche una brava donna di casa tradizionale, che accudisce i figli e il marito, tiene pulita e decorosa la casa e prepara buoni pranzi. In Egitto, in altre parole, sembra essere assente il concetto marxista, ma anche hegeliano, e soprattutto tipicamente occidentale, di "falsa coscienza". La donna egiziana sembra mettere in atto una emancipazione puramente pragmatica, che si limita alla ricerca di un buon lavoro e di un certo grado di autonomia, senza però criticare e picconare alle fondamenta l'ideologia tradizionale e senza incolparla di "falsa coscienza", di essere cioè una impalcatura vuota il cui unico fine è un belluino rapporto di potere: l'oppressione del debole, in questo caso la donna, e il dominio del forte, in questo caso il maschio. La donna musulmana continua non solo ad accettare il dominio del maschio, ma perfino a giustificarlo moralmente e religiosamente. Tanto è vero che la diffusione del lavoro tra le donne non è affatto accompgnata, a detta della MacLeod, da un movimento di pressione pubblica e privata da parte delle donne egiziane volto ad ottenere maggiore aiuto nella gestione della casa o nell’accudimento dei figli o nella preparazione dei cibi. Anzi, quest’ultimo punto è, a quanto pare, gelosamente irrinunciabile per la donna egiziana: la preparazione di pranzi succulenti che incontrino la piena soddisfazione del marito è un punto di valore centrale per la donna, un luogo dove essa realizza il suo ruolo tradizionale con una pienezza di sensi che , in realtà, forse l’autonomia lavorativa ancora è ben lontana dal poter fornire. Ecco quindi che le donne egiziane si ingegnano per preparare manicaretti di elaborazione raffinata per i loro mariti. Guardiamole svegliarsi presto al mattino per recarsi al mercato e ottenere gli ortaggi e le carni migliori, ed anche più costose. E' pur vero che tanta acquiescenza, che dovrebbe fare la felicità di ogni conservatore occidentale, non è del tutto spontanea, è anche frutto di pressione sociale. Il rimprovero sociale per la donna lavoratrice è diffuso e pesante, in forme penetranti, invadenti e ben poco sopportabili se non da personalità con un grado superiore di autonomia e confidenza. Eppure, per quanto esterna sia tutta questa pressione sociale, l’impressione finale, dalla lettura del libro, è che questo valore sia pienamente interiorizzato, accettato e vissuto.
Questo quadro è forse idilliaco, e sarebbe bene aggiungere un altro post sulle violenze che subiscono le donne musulmane. Ma per ora rimaniamo su questo punto. Approfondiamolo, torniamo a parlare della preparazione del pranzo. La preparazione del pranzo è forse uno dei segnali più forti della piena accettazione, da parte delle egiziane, dei ruoli di genere di tipo tradizionale, con quella nicchia aggiuntiva progressista che è il lavoro. Se c’è stato un comportamento della donna occidentale che probabilmente ha segnato la rottura con il vecchio mondo è forse proprio l’abbandono dei fornelli casalinghi. Questo strappo, mai davvero ricucito, ha promosso il consumismo alimentare forse più di tante pubblicità e reclame, poiché è stato questo atto che davvero ha promosso l’uso di massa dei cibi precotti, dello scatolame di supermercato e del mangiar fuori, al ristorante. Non solo. La rinuncia alla cucina casalinga ha anche minato la cucina tradizionale, che era appunto quella delle donne e fatta in casa, e che è stata sostituita dalla cucina d’arte e commerciale, spesso difficilmente distinguibili, che è la cucina dei ristoranti più o meno raffinati, la cucina dei corsi di cucina e di gourmet. Una cucina d’arte si, ma di massa al tempo stesso, quindi non troppo elaborata, non troppo francese, non troppo di corte o non troppo alto-borghese, preparata da domestici specializzati. Questo spiega forse il boom della cucina italiana, raffinata e popolare al tempo stesso, che con i suoi ingredienti semplici si presta a meraviglia, paradossalmente, alla riproducibilità industriale, molto più della francese. Ma non è così in Egitto e non è così, credo, in altri paesi arabi, dove la donna compie salti mortali per soddisfare il marito a tavola.Il quadro è, obiettivamente allettante, soprattutto per un osservatore tradizionalista, probabilmente infastidito dalla petulante aggressività di alcune donne occidentali emancipate, a volte un po’ troppo piagnone, un po’ troppo nevrotiche, un po’ troppo sbalestrate nella loro indipendenza, così piena e soddisfante, ma anche sottraente, poichè le lascia però anche prive del loro ruolo tradizionale, senza figli da accudire e senza mariti da viziare. Che si fa? Si prende una moglie egiziana? Anche la donna egiziana vive questo dissidio e teme di perdere i privilegi della usa condizione inferiore ma protetta e rispettata al tempo stesso, per finire nel mare magno e angosciante della perfetta uguaglianza liberale dei diritti. Lo strappo, ci dicono varie voci, e varie agenzie matrimoniali, lì è stato, almeno finora, meno lacerante, e viene medicato con efficacia ippocratica dal velo. Ma non è tutto oro quel che luce, e seguiamo ancora la MacLeod, la quale ci avverte che il velo è però anche protesta e non solo riconciliazione… (prosegue al più presto)

martedì, novembre 09, 2004

L'amore e l'occidente

Perché le nostre idee si affermino, siamo disposti a tutto, perfino a rinnegarle. Spiegherò poi questo aforisma. Per ora, prima di tornare a parlare del velo (prosecuzione del post di ieri: Il velo e l'appraisal) dirò due cosine di feroce autocritica: ma cosa è tutto questo sospetto preoccuparsi per il benessere delle donne, dei gay e di altre popolazioni deboli e minacciate dei fondamentalismi non occidentali? (Evito il termine Islam per non essere politicamente scorretto). Non è quanto meno sospetto questo atteggiamento, questa spada tratta in difesa delle donne, da parte nostra che siamo dei feroci con? sebbene dei con dal prefisso ambiguo: non si sa più se neo, paleo o, peggio, con nel significato gallico del termine. Cosa è questo caritatevolmente peloso, progressivo e progressista preoccuparsi per la sorte del bel sesso, o del sesso debole? Certo che sono dei bei tipi questi conservanti, conservativi e conservatori. Vogliono farci credere che sono preoccupati per le donne? Difficile a dirsi. Voi ci credete?
Risponderò che un sospetto di pelosità è, purtroppo, inevitabile e ci guarderemo bene dal raderci. Tanta misericordia per un popolo, le donne, che sono state spesso il bersaglio degli strali dei nemici del progresso desta sospetto di malafede e strumentalizzazione: c'è poco da fare. Tuttavia, in attesa di chiarire questo punto a noi stessi per primi, cominciamo col dire che spesso i conservatori di occidente si sono trovati di fronte a questa aporia: che essendo la tradizione occidentale una tradizione di auto-rinnegamento, che questo e nient'altro è il progresso, il conservatore occidentale si trova costretto spesso e volentieri a soccorrere l'oggetto del suo reazionario amore, la tradizione e la cultura (o la cuiviltà) occidentale, in nome del suo contrario: per la sua tolleranza, per la sua tendenza a rivoltarsi. Quante volte abbiamo sentito il detto meravigliosamente contraddittorio: "diffidiamo dei non occidentali, poiché essi non sono tolleranti come noi!". Lo stesso Locke, da qualche parte (devo controllare dove al più presto), diceva a se stesso e ai suoi lettori: "che fare coi papisti? essi non condividono la nostra liberalità!" Ma ci sono esempi più estremi. Prendiamo il conte Joseph Arthur de Gobineau, razzista primigenio e autore di uno dei testi sacri del razzismo e della destra estrema. Un fior di reazionario, altro che conservatore. Ebbene, nel suo Essai sur l’inégalité des races humaines (1853–55), egli sostiene, con singolare apertura mentale, che la caratteristica delle razze superiori, naturalmente di ascendenza germanico-aria (ma è da notare che il nostro, da buon francese, diceva che i più puri esponenti di tale sangue erano i nobili francesi, mentre i borghesi tedeschi erano razzialmente corrotti), caratteristica connotante, dicevo, della superiorità razziale era la capacità di trattare le donne su un piano di rispetto e perfino di parità, mentre notoriamente le inferiori razze nere e gialle maltrattavano le loro donne. Che dire? Bislacche contraddizioni di un cervello balzano? E' possibile. Segnaliamo allora rapidamente un altro testo, di Denis de Rougemont: L'Amour et l'Occident (1939, edizione "definitiva"1972). L'autore non è reazionario, ma certamente nemmeno un progressista. E tuttavia egli alza un cantico all'amore e alla donna come cuore della tradizione occidentale. E non finirebbe qui. Ma finisce qui, per ora, questo elenco.
E così il nostro conservatore occidentale finisce per rivelarsi un bel tipo pieno di confusioni e di contraddizioni. Per carità, non si tratta mica sempre di tipi coltissimi come il de Rougemont. Ma anche il borghese medio, chiuso nel benessere del suo campanile di paese e diffidente verso gli estranei, ben cosciente che, di fronte al mareggiare delle immigrazioni, che lui teme infastidito (e noi con lui qualche volta o anche spesso, poiché, come sapete bene, proviamo un piacere perverso nel rivelare i veleni del cuore, sperando di poterli almeno in parte purgare, o anche sospettando che quei veleni possano svolgere una azione non del tutto spregiabile e negativa), non c'è molto da fare. E allora si attacca a tutto, magari allo scontro di civiltà, o alle differenze culturali, o ad altre cosettine raccattate sui marciapiedi. E qundi, si torna all'aforisma iniziale: Perché le nostre idee si affermino, siamo disposti a tutto, perfino a rinnegarle. Ma ora basta, mi accorgo che il fiato si accorcia, non abbiamo ancora meditato su queste non semplici questioni, si è fatto tardi e le luci si accendono dai vani delle finestre ed è ora di tornare a parlare del velo (prosegue con Il velo come riconciliazione)

Letture:
de Gobineau, A.J. (1853–55). Essai sur l’inégalité des races humaines.
de Rougemont, D. (1939, edizione "definitiva"1972). L'Amour et l'Occident.

lunedì, novembre 08, 2004

Il velo e l'appraisal

Continuiamo dunque lungo il sentiero della sincerità, in attesa di controcolpire. Sentiero invero impervio, ma qui non si desidera imitare Macbeth, quando ordinava ai servi di spegnere tutte le torce nelle ampie sale del suo castello temendo che esse illuminassero i suoi pensieri più neri, mentre meditava lutulento e fangoso come uccidere il Re Duncan e impossessarsi del trono. No, illuminiamo il nostro cuore tristo, vediamo cosa incontriamo in questo scrigno pulsante di veleno. Insomma, cosa desideriamo noi più-o-meno-con? Forse qualcosa di non troppo lontano da ciò che leggevo nell’Espresso non so quando, qualcosa che suonava irosamente come: “ma insomma, cosa si vuole? Che ci si arruoli nei ranghi di questa sconclusionata crociata, e che tra questi ranghi si ristia tranquilli e muti, in attesa degli ordini dei difensori della fede e tutti ferocemente compresi nella difesa dell’occidente?” Beh, è possibile, non siamo lontani dal vero, lo si confessi. Qui si sognano, in menti surriscaldate dalla noia consumistica occidentale, guerre di religione che diano un senso, quel senso che non riusciamo trovare nella quotidiana commedia della politica interna, delle elezioni, del destra-sinistra-centro. Triste verità. Ma non accontentiamoci di questo, andiamo avanti. Diremmo che è tutta questione di appraisal. L’appraisal, come definito da Frijda (1986) e da Lazarus (1991) è una valutazione mentale, ma immediata e calda, sentita più di pancia che di testa, che usa una quantità minima di argomentazione più o meno razionale (argomento però questo molto dibattuto, poiché sulla effettiva razionalità poi del cosiddetto pensiero freddo e argomentato ci sono montagne di polemiche e di scartoffie). Questo appraisal è proprio quello che ci manca quando sentiamo parlare di destra-sinistra-centro e che non ci scalda il cuore, ma è anche ciò che manca ad altri quando sentono parlare di occidente. Possiamo trovare l’appraisal ovunque, perfino nelle pagine di Nietzsche, che tra le altre cose si definiva insigne psicologo. Possiamo trovare l’appraisal in moltissime pagine di Nietzsche, sia tra le danzanti e piangenti proposizioni del quinto libro della ‘Gaia Scienza’che tra quelle più rosee e in punta di dita di ‘Aurora’, o nelle martellanti autocrocifissioni di ‘Ecce Homo’, già pronto alla pazzia e all’abbraccio del dolore, tra le geometriche vie di Torino. Suonerà un po’ noioso e deludente sapere che Nietzsche applicava il suo appraisal alla solita polemica trita e ritrita contro la sinistra, contro i progressisti, come li chiamava lui, la cui psicologia e il cui spirito, diceva lui, sono sempre irrimediabilmente comediénne. Ma ritroveremo la stessa argomentazione, sebbene a segno politico rovesciato, nelle pagine di Claudio Magris, il nostro piccolo Schnitzler di Trieste italiana. Anche lui, come Nietzsche, finisce col confessare che la scelta dello schieramento politico è sempre questione unicamente di appraisal. Detto questo, passiamo oltre, e torniamo a noi. Qui ora si vuole tornare al nostro argomento preferito, almeno di questi tempi: l’Islam, croce e delizia. Parleremo del velo, argomento misterioso per noi occidentali di qualunque colore. La vulgata più semplice vuole che si tratti di uno strumento di tortura e di oppressione, somministrato in zone rurali a donne indifese da uomini nerboruti e oppressori. Vedremo che non è proprio così, anche se è anche così. Ma non in campagna.
Leggiamo un buon libro sull’argomento, di Arlene Elow Macleod (1991), il cui titolo è ”Accommodating Protest: Working Women, the New Veiling, and Change in Cairo.” Una rapida scorsa oggi pomeriggio, in attesa di un maggiore approfondimento che non tarderò di somministrare ai miei pochi e infelici lettori. Il velo come scelta della donna e come “protesta assecondante” o “protesta accomodante”. La situazione della donna in Egitto è simile alla difficile condizione della donna in altri luoghi di transizione culturale. Ma mi vien da dire che l’approdo non è stato raggiunto da nessuno, onde tutti siamo in transizione e con il mal di mare, intenti a vomitare oltre le murate. Ma in quei luoghi di maggior transizione e tradizione, la situazione è aggrovigliata ancor di più: emergono i dolori e i drammi di una nuova concezione dell’uomo e della donna, non più regolati a funzioni tradizionali tipiche di una società impalcata per ordini e ranghi sociali non solo predefiniti, ma addirittura retti e sanzionati da una radice trascendente, una nuova concezione emerge, dicevo, in cui l’uomo è la donna sono più liberi, più portati a “divenire”, a “migliorarsi” sotto ogni punto di vista, culturale, economico, fisico, magari anche sessuale, e a “realizzarsi” e non più ad “essere”, a svolgere un ruolo eterno e sacralizzato da una natura primordiale o anche da una rivelazione, in un ciclo forse sempre eguale a se stesso, un eliadico eterno ritorno che può essere sentito come una macchina dentata, ma che è anche pieno di senso religioso, magico e sacro e che ammanisce agli uomini il senso o l’illusione di essere pastori dell’essere. Tutto questo scompare nel fondo. Gli uomini cominciano a vivere in un mondo secolarizzato, dove non sono mai nulla e devono sempre diventare qualcosa, realizzarsi. Cosa non semplice.
O almeno, così è nell’occidente industrializzato. Nel mondo mediterraneo le cose si complicano. Prima di tutto, sebbene non si muoia propriamente di fame,certamente non vi è una società dinamica e gonfia di occasioni e di opportunità come nell’occidente più maturo. Quindi le aspettative si scontrano con realtà più avare. In secondo luogo, soprattutto nel mondo islamico, ci si scontra con un rapporto con la modernità ancora più ambiguo e ambivalente del nostro.
E’ noto che qui da noi, nei porti grigi della terra del tramonto, l’occidente, è di gran moda lamentarsi. Siamo tutti un po’ estremisti rosé, apocalittici a colazione e poi integratissimi a pranzo e a cena. Aspiriamo al sacerdozio dell’essere, a officiare sanguinosi sacrifici umani che facciano risorgere il sole ogni mattina, in compagnia del serpente piumato sulle piramidi di Teotihuacan, la città degli Dei, con Tezcatlipoca, Dio del piacere e delle oscurità. Desideriamo questo a volte perfino per un buon quarto d’ora, o forse anche solo dieci minuti, prima di precipitarci in ufficio, nel traffico, nella pioggia o anche sotto il sole. La nostra ambivalenza finisce qui.
Non è cosi semplice come da noi (se poi è semplice) in Egitto. Dicevo dei problemi dati dalle maggiori ristrettezze economiche. Intendiamoci, lì c’è un ceto medio, non cominciamo ad immaginare paternalisticamente scenari terzomondisti di torme di affamati e illetterati piangenti, che servano ad alimentare il nostro compiaciuto senso di colpa. Ma è un ceto medio che fatica, in cui la donna è costretta a lavorare perché la famiglia arrivi alla fine del mese. E qui comincia un primo dramma. La donna lavora, deve lavorare, ma questa scelta è impopolarissima. La donna lavoratrice perde rapidamente la stima di tutto il vicinato. Si accumulano pressioni, chiacchiere non propriamente gradevoli: “Tuo marito ti lascerà presto… Se vai al lavoro come farai a cucinare bene?” Peccato che il lavoro sia spesso una scelta obbligata, perché uno stipendio non basta. Insomma, siamo lontani dalla donna in carriera occidentale. E poi, questa storia del cibo. Pare che i maschi egiziani siano insopportabili su questo punto. Avete presente il marito che, dalle nostre parti, dice sempre alla moglie: “Mia madre cucina meglio?” bene, questa è la versione bonaria. In Egitto, almeno a detta del libro della MacLeod, troviamo veri e propri rompiscatole perennemente delusi e irritati dalla cucina delle loro mogli, con un grado di tensione familiare davvero sconcertante.
Insomma, alla fine il grado di pressione sociale diventa insopportabile. La donna che va al lavoro, spesso costretta a alzarsi prestissimo (indovinate perché? Per poter recarsi al mercato a prendere le verdure più fresche, le uniche che piacciono al marito), correre al lavoro, subire toccamenti e abbordaggi continui da parte di un popolo maschile che considera abbordabile e toccabile ogni donna non scortata da un maschio di famiglia, subire poi queste esperienze anche sul posto di lavoro, correre a casa a cucinare con gli alimenti di prima qualità scelti di prima mattina, curare i figli e infine sentirsi dire che non è una buona moglie sotto tutti i punti di vista, a cominciare dalla cucina, cosa fa? Infine recupera tutta la sua credibilità con il velo... (prosegue con L'amore e l'occidente)

Letture:
Frijda, N. (1986). The Emotions. Studies in Emotion and Social Interaction. New York: Cambridge University Press
Lazarus, R.S. (1991). Emotion and Adaptation. New York, NY: Oxford University Press
Macleod, A.E. (1991), Accommodating Protest: Working Women, the New Veiling, and Change in Cairo. New York, NY: Columbia University Press

venerdì, novembre 05, 2004

Theo Van Gogh: mode d'emploi

Questo blog userà l'onestà intellettuale come un'arma contundente. Che vuol dire? Che qui si cercherà di presentare ogni verità in maniera talmente franca, talmente onesta, che i limiti di questa stessa verità saranno sempre in primo piano, e la sua inevitabile e umana, troppo umana natura di mezza verità non sarà mai nascosta. Ma, si badi bene, tutto questo non allo scopo di ottenere un brodoso e semolinoso status di terzismo o di terzietà, come già teme qualcuno dei miei piccoli lettori (Mark, smettila di spernacchiarmi!), bensì per lo scopo opposto: per rafforzarla con scaglie di acciaio, questa verità, e mandarla per il mondo come una lupa tra gli agnelli, agguerrita e franca e capace di costringere il pubblico ad accettarne, almeno in piccola parte, il suo aspetto più tenero e sincero.
Prendiamo Theo Van Gogh. Regista olandese, autore di un film sulla donna islamica, ucciso da un uomo in disaccordo con i suoi pensieri. La BBC nasconde pudicamente nella titolazione il fatto che l'assassino si potrebbe definire, con qualche approssimazione, un individuo di fede islamica non particolarmente scettico intorno alla bontà e alla forza delle sue credenze religiose. Un uomo, un credente che qualcuno in ambienti progressisti potrebbe definire: un Buttiglione islamico. Siamo costretti a questo paragone forte e, ammettiamolo, offensivissimo per il povero Buttiglione, per aprire le orecchie dei nostri lettori. Ma un Buttiglione moltiplicato, un Buttiglione che non si limita a definire una azione peccato, ma che imbraccia la mannaia e colpisce, facendosi braccio secolare.
Ma dove risiede la nostra vantata onestà? Nel sapere che questo racconto si presta bene a strumentalizzazioni. Sappiamo bene che il semplice riportare tale triste vicenda evoca il vento dello scontro di civiltà. Se parliamo di Van Gogh e della sua morte, col solo parlarne suggeriamo, ne siamo coscienti, che nello scontro di civiltà qualcosa di vero c'è, se basta a scatenare le ire di un uomo comune e a trasformarlo in un esecutore della giustizia divina.
Bene, è vero. Anche solo riportando freddamente i fatti e separandoli dalle opinioni, comunque esprimiamo una opinione. In verità, non che lo scontro sicuramente ci sia, di quello siamo i primi a dubitarne (ma anche i primi ad esserne certi, in altre ore del giorno) e invidiamo le certezze di altri. Ma che tuttavia, lo scontro potrebbe esserci, magari in forme limitate ma comunque ben poco digeribili.
Ma cosa è uno scontro di civiltà? Questa è quella che comunemente si dice: una buona domanda. Promettiamo di consultare ed esporre le idee di alcuni testi in un prossimo blog. Per ora aggiungiamo solo un pensiero sparso. Che per ora vi è scontro, non so quanto di civiltà, tra chi teme e desidera al tempo stesso questo scontro e chi lo teme e non lo desidera affatto. La situazione, magmatica e quanto mai doppia, si presta bene a questo gioco. Dall'11/9 assistiamo spesso a dei fatti che sono sempre abbastanza seri da far temere una conflagrazione forse non di civiltà, ma comunque di potenti e organizzate forze contrapposte, ma al tempo stesso non sufficientemente seri da scatenare dichiarazioni di guerra a catena come dopo l'attentato di Sarajevo. I morti in Spagna, Theo Van Gogh, le stesse Due Torri, perfino la guerra in Iraq non sembrano mai abbastanza a questa lupa assetata di sangue. O almeno, le Due Torri non sono abbastanza per noi in Europa. Siamo sinceri: ci alziamo la mattina, ci incartocciamo nel traffico, compriamo il giornale, ci rechiamo a fare colazione al bar. Se pure è guerra, è o non è una drole de guerre? Dove sono gli scontri epocali di El Alamein, Dunkirk, Stalingrado, la Normandia, le Ardenne? Non sorgono ancora all'orizzonte le orde vocianti e dipinte dei barbari. Che fare? Si tratta di un affare di Carabinieri e Polizia o di qualcosa di più serio? Ma non divaghiamo, il nocciolo è un altro. Come nascondersi che molti di noi, affascinati dallo scontro di civiltà, siamo anche irritati contro decenni di disprezzo e cumuli di colpa rovesciati addosso, da destra e da sinistra, alla nostra fantomatica, ridicola, sfuggente eppure amata civiltà e identità occidentale? E anche per questo, sebbene non ne abbiamo ancora letto una pagina, ci siamo permessi di apprezzare a scatola chiusa i comizi di Oriana Fallaci. Ma non basta, altre portate si aggiungono. Come trattenere il sospetto che coloro che ci dicono: pazzi! Don Chisciotti! o peggio: servi! o approfittatori e arraffatori di petrolio! in parte nutrano loro stessi, nel loro cuore, il timore che forse qualcosa di vero pur c'è, che c'è un po' di scontro, magari uno scontruccio, un conflitto, un problema, un alterco, un litigio, un disguido, o almeno un tamponamento di civiltà, tra noi e i popoli islamici? E, timore ancora peggiore, che questo disguido, questo tamponamento li costringa, almeno per un attimo, a smettere i panni del progressismo e dell'illuminismo, e a vestire l'arrugginita armatura del crociato. Un crociato magari sovrappeso, ma convinto delle sue ragioni: che l'occidente non è solo una cornice protettiva che tutto comprende e nel quale tutto confluisce inevitabilmente e automaticamente, per forza illuministica della ragione o per energia romantica della storia, ma che talvolta, almeno talvolta, magari solo talvolta, ma, ripeto con forza: talvolta, sia un confine da difendere?

giovedì, novembre 04, 2004

Confusione

Che una civetta mi aiuti: ti prego, Mark, distilla in pure gocce il tuo manicheismo e mandami quel fiele in un fiore bianco e dal bulbo nero, una fiala da iniettarmi! Non posso farmi venire dubbi ogni volta che leggo qualcosa. Per colpa di Mark ho scoperto i Blog, e ora, come una civetta nella notte, sto leggendo furtivamente quello di Haramlik. Esauriente blog, dedicato all'Egitto, al mondo arabo, con tutto ciò che ne segue: attrazione e repulsione, contrapposizione e fusione, opposizione nella ricerca, forse vana, forse ridicola, della nostra identità che si dice più o meno occidentale (l'Io si definisce opponendosi) e desiderio evangelico di congiunzione, ma anche cupio dissolvi, negazione di sé e dissoluzione nell'Altro... tra Nietzsche e Pasolini. Nel blog di Haramlik il bene e il male dell'islam si succedono, ma il bene di gran lunga prevale. E allora un sospetto svolazza come un pipistrello per la mente: ma allora la faccenda della superiorità dello stato di diritto occidentale è tutta un bluff, da cui molti di noi chiottamente si sono fatti incastrare, giusto per avere qualcosina in cui credere? In ogni caso, donne, gay e perfino etero-individui stanno tutti bene in Egitto, spesso ci suggerisce Haramlik. C'è giusto un solo post negativo sulla esplosione di studenti fondamentalisti all'università del Cairo (cosa che sapevo già) e per il resto pare che se la passino meglio di noi sotto ogni punto di vista: morale, materiale, giuridico, religioso, individuale, sessuale e climatico. Detto non da una qualunque, ma da una italiana che ci vive da anni e insegna all'Università del Cairo, se ho ben capito. Ma allora siamo davvero così sicuri che la soluzione è esportare i nostri "diritti" li, sia pure pacificamente e non opliticamente, usando le armi soltanto della ragione, come ritengono i migliori esponenti della sinistra moderata, già schierati sulla spiaggia e dediti ad officiare ad Atena, Dea della sapienza? Ma non saremmo, anche i migliori di noi, comunque un po' razzisti? Ma perché così spesso ci sorprendiamo a riflettere che loro abbiano bisogno dei nostri "diritti"? La soluzione è ormai una sola: o il manicheismo alla Mark/Bush, o il prendersi per il culo in continuazione. Per fortuna che la morte ci libererà.

E comunque il grande tema non è affatto: "cosa ci faranno gli arabi", ma piuttosto: "chi siamo e cosa vogliamo noi europei?" E se, alla fine, volessimo de-occidentalizzarci, che male ci sarebbe?