mercoledì, aprile 27, 2005

Complotto per affamare i comunisti?

Stamane ho visto penzolante tra i DvD dell'edicola lo spettacolo di Claudio Bisio: I bambini sono di sinistra

martedì, febbraio 01, 2005

Egocentrismo occidentale e cristianesimo

Proseguo la mia navigazione, e mi riavvicino alle secche minacciose della religione. Si dice che il cristianesimo svolge una funzione fondamentale nella formazione della psicologia dell'occidentale moderno. Esso contribuisce a creare quella particolare forma di egoismo così tipicamente occidentale, quella acuta sensibilità e passione e innamoramento per il proprio Io, per il proprio mondo interiore, per le proprie piccole o grandi passioni, ma più spesso piccole. Le nostre gioie e ancor di più i nostri odii e le nostre antipatie, così volgari ma al tempo stesso così gratificanti, noi abbiamo appreso a goderle intensamente e a metterle al centro del nostro mondo (e che così spesso tentiamo di imporre con volgare invadenza agli altri), ebbene questa sensibilità la abbiamo appresa anche alla scuola del cristianesimo.
Questa religione si espande nel tempo in cui la forma della città stato e della tribù spariscono definitivamente. La formazione dei grandi organismi statali degli imperi ellenistici e poi dell'impero romano, in cui la cittadinanza si diluisce in una appartenenza politica che diventa cosmopolita, sottraggono potere politico al cittadino e stimolano invece il rifugiarsi dentro se stessi, nel dialogo interiore. Nascono quindi le filosofie interiori, lo stoicismo e l'epicureismo, ma il loro effetto è limitato, poichè il loro linguaggio è purtroppo e inevitabilmente quello asettico del pensiero esplicito-dichiarativo. In quelle fredde definizioni non c'è evocatività, e quindi nemmeno efficace comunicazione. Le religioni di provenienza orientale, con il loro linguaggio emotivo e simbolico, scaldano a ben più alte temperature il cuore, e tra queste "il cristianesimo, che è la forma presa dal problema della libertà alla fine del mondo antico" (Momigliano, 1996).
Vi è un libro, Mimesis di Erich Auerbach, che rracconta tutto questo con vivida chiarezza. In Auerbach ogni capitolo si apre con un brano in originale, e dal commento al brano scelto si traggono le considerazioni sull’autore e l’epoca che rappresenta. Dice Auerbach stesso nella conclusione (pag. 342 del vol. II): "Il metodo da me adottato, di presentare cioè per ogni epoca un certo numero di testi, per saggiare su di essi le mie idee,introduce immediatamente nell'argomento, sicché al lettore è dato sentire di che cosa si tratta ancor prima che gli si voglia imporre una teoria."
Il secondo capitolo, "Fortunata", prende spunto dal Satyricon, di cui riporta una parte delle conversazioni alla tavola di Trimalcione; vi pone a confronto un passo degli Annali di Tacito (I, 16) e l'episodio della negazione di Pietro nel Vangelo di Marco. L'idea critica è che la letteratura cristiana, trattando anche il quotidiano in modo sublime (a partire dalla vita e dalla passione di Cristo), ha spezzato la distinzione classica fra gli stili.
Come sappiamo, il racconto della negazione di Pietro è un racconto di miseria umana e morale. Pietro ha seguito il suo maestro arrestato fin nel cortile del palazzo dove sarà interrogato dal Sinodo. Apparentemente questo è un atto di coraggio, coerente con una plateale affermazione di fedeltà granitica fatta precedentemente. Egli, Pietro, avrebbe proclamato la propria fedeltà di fronte ad ogni rischio. Ma il Cristo gli raccomanda di misurare le parole, e anzi prevede che Pietro non sarà all'altezza delle sue parole: egli rinnegherà tre volte, prima che il gallo canti.
Inizialmente, sembra che Pietro mantenga la parola. Reagisce al momento dell'arresto, aggredendo e tagliando un orecchio a Molco, appartenente al gruppo delle guardie venute ad arrestare il Cristo. Poi Pietro non si dilegua come altri discepoli ma segue l'arrestato, ed anche questo è un comportamento leale. Entra nel cortile del palazzo del Sinodo, e si avvicina ad un fuoco, per scaldarsi. Infatti è notte e fa freddo. Nel cortile, da qualche parte, vi è anche Gesù, scortato dalle guardie.
Ma a questo punto Pietro viene riconosciuto. Dapprima dalla portinaia, e poi anche da altri. Intimorito, anzi terrorizzato, egli nega, rinnega. E lo fa davanti al suo maestro, poiché Gesù non è stato ancora portato all'interno per il primo interrogatorio: Gesù sente tutto. E dopo aver fatto questo, il gallo canta, ricordando a Pietro le parole disincantate del Cristo, inducendo un pianto che possiamo immaginare amaro e prolungato negli occhi dell'apostolo.
Si tratta di una scena di profonda miseria morale, nuova ma non nel senso che mai precedentemente non fossero state raccontate scene del genere. Personaggi bassi erano presenti nella letteratura greca e romana, ed agivano in maniera simile a Pietro, eppure l'effetto era del tutto diverso. Pietro si comporta in maniera spregevole, eppure non stimola disprezzo nel lettore, e nemmeno repulsione. Anzi, egli appare umano, molto umano, forse troppo umano, ma mai in senso negativo. Non vi è condanna, semmai compassione e compatimento, proprio nel senso letterale che il lettore viene indotto a soffrire con il personaggio. Pietro, pur irruento, emotivo, impulsivo, privo di fibra morale, velleitario, a tratti perfino rapace quando desidera il potere mondano e oplitico nel futuro regno del Messia, è in realtà una figura tragica.
Ed è questa la differenza. Secondo Auerbach, nella letterature greca e romana i personaggi bassi non attingevano mai ad una dimensione tragica, che rimaneva prerogativa dell'eroe, socialmente e moralmente superiore. I personaggi bassi potevano essere rappresentati con grande finezza e complessità, ma non vi era mai compassione tragica per il loro destino, che rimaneva un destino privo di senso morale. Così ad esempio le ragioni del soldato Percennio, irritato per le paghe insufficienti e i pericoli della vita del legionario, esposte da lui stesso in un discorso di grande efficacia attribuitogli da Tacito, vengono infine semplicemente negate dallo storico. Alla fine pErcennio è solo un provocatore, e la simpatia di Tacito era solo apparente, mestiere di artista nel rappresentare un personaggio. La rivolta ispirata dal soldato fallisce, il suo destino non viene compatito dallo scrittore e quindi nemmeno dal lettore. Per un momento Tacito era apparso sensibile alle ragioni di Percennio, nel comporre il discorso del legionario, ma tutto finisce li. Le ragioni di Percennio rimangono non degne di vera attenzione, anzi sono giudicate portatrici di disordine e quindi criminali.
Secondo Auerbach, anche nel caso di Fortunata, la moglie di Trimalcione, la potenza rappresentativa dell'artista non si traduce in vera simpatia. Fortunata e Trimalcione sono due individui appartenenti ad uno squallido demi monde sociale: un liberto arrichito e sua moglie, ex flautista e probabilmente dedita alla prostituzione. Ora la loro vita è tesa al godimento dissoluto, e si mescola a loschi traffici commerciali e politici. La figura di Fortunata è ritratta con finezza, ma ancora una volta senza vera partecipazione: il personaggio non ha una vera storia, ma è fissato inesorabilmente nella sua bassezza comica e volgare, sia pure con grande efficacia. Il personaggio è spregevole e il lettore infine lo disprezza, sebbene ne sia anche attratto. Vi è un unico momento di possibile redenzione, non cristiana, ma stoica: quando Trimalcione introduce, nella sala dove si celebra l'orgia, uno scheletro impreziosuito di un velo di argento, ed egli dice che quello è l'uomo. Pessimismo stoico, sia pure degradato.

E. Auerbach, Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, traduzione italiana, Einaudi, Torino, 1956.
A. Momigliano (1996). Pace e libertà nel mondo antico. Firenze: La Nuova Italia.

venerdì, gennaio 14, 2005

La libertà degli islamici e quella degli occidentali

Si dice che sia di moda parlare dell'islam, e si lascia capire che in questa moda ci sia qualcosa di stucchevole e al tempo stesso superficiale. Ed è vero. Non è facile parlare di qualcosa che viene spesso dipinto come estraneo e difficile da capire, e si noti che questo viene detto sia dai critici che dai difensori di questa religone. Eppure, perché non parlarne? Certo, solo gli specialisti in occidente conoscono le lingue dell'area islamica. Sfugge quindi gran parte di ciò che viene publicato su quelle sponde. Possiamo catturare solo ciò che viene tradotto. E' corretto dire che si si può comprendere il Corano, sebbene lo si possa leggere solo in traduzione?
Ma è difficile non parlarne, poiché Islam e occidente da sempre tentano di comprendere se stessi parlando dell'altro. Se moda è, si tratta di una moda non recente. Occidente e Islam si specchiano e si deformano contemplandosi da oltre un millennio. I testi sacri delle due culture raccontano spesso le stesse storie, dal Genesi in poi, e ritraggono spesso gli stessi personaggi: Ibrahim/Abramo, Mosé/Musa, Gesù/Isa. Nel Corano troviamo un personaggio il cui nome è il Bicorne, e che potrebbe essere Alessandro Magno. C'è dell'occidente nel Corano. Nel Corano l'Islam continuamente si definisce in opposizione al giudaismo e al cristianesimo. Si definisce prima di tutto dicendo che cosa non é. Non è un monoteismo ambiguo, come il cristianeismo trinitario, ma è un monoteismo puro. Non è un monoteismo chiuso, come il giudaismo, ma è universale. E così via.
Nonostante ciò, per ora non parlerò di Islam, ma di occidente. Del nostro occidente, del nostro presente libero. Parlerò delle nostre libertà, anzi al singolare, della nostra libertà. Essa, come scrisse Isaiah Berlin (1958), è soprattutto una libertà negativa, essendo composta dal complesso delle garanzie che permettono una vita quanto più é possibile indipendente, che custodisce e assicura il godimento dei beni man mano scelti liberamente dall'individuo nella sua esistenza, piuttosto che nella partecipazione attiva e costante a compiti comunitari. Nel primo caso si tratta di costruire delle barriere, di intrecciare dei graticci che proteggano un Io, nel secondo si stabilire delle regole di coinvolgimento dell'individuo in un potere collettivo, di incastrare l'Io in un Noi.
È pur vero che le due libertà non si escludono, o meglio non si escludono del tutto. Ma, a volte, si trova più verità estremizzando lo stato delle cose, piuttosto che cercando, con il sano buon senso, di trovare l'inevitabile compromesso che è nella natura del mondo.
Tutti noi, o almeno molti di noi occidentali, ci riconosciamo nella definizione di libertà negativa di Berlin: tutti noi vogliamo mantenere la libertà delle nostre scelte, la possibilità di comporre le nostre vite in un sentiero tracciato da noi stessi, per raggiungere e ottenere beni che interessino prima di tutto noi stessi. Una tale condotta non è intrinsecamente anti-comunitaria, a prima vista. L'individuo, rattrapito nelle sue scelte di fronte alla immensa varietà delle possibilità e delle potenzialità, non concepisce questa libertà come egoistica, apparentemente. Il nostro personale destino, sia pure cos' aperto a mille possibilità, ci appare anche al tempo stesso piccolo e misero per meritare il rimprovero di essere anticomunitario, addirittura antisociale, direbbe qualcuno tra i più estremi.
Eppure, almeno in parte, è così. Se si vuole davvero costruire una comunità in cui l'egoismo individuale anneghi, bisogna rinunciare in buona parte alla possibilità di scelta individuale. Le nostre scelte, che ci appaiono così misere al punto da sentirle e valutare come del tutto ininfluenti sul corso generale degli avvenimenti, del tutto prive dela forza e della possibilità di minacciare l'edificio della vita sociale, devono lasciare il passo a strade già lastricate da altri, a sentieri già tracciati da altri, laddove si voglia davvero armonizzarle in un universo sociale che trascenda l'individuo. Se la persona deve rinunciare alla sua individualità, allora una serie di piccole libertà devono ritirarsi in buon ordine e abbandonare la scena.
Questa interpretazione riproduce, almeno in parte, la precedente distinzione di Benjamin Constant, nel suo discorso pronunciato nel febbraio 1819 all'Athénée Royal: "La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni". Il disocrso di Costant, poche pagine di estrema lucidità, prendeva le mosse dalla passione giacobina per le forme politiche degli antichi: Sparta, Atene, Roma. Ebbene, Constant fa notare che il sogno di riprodurre, nell'età contemporanea, le repubbliche cittadine è appunto un sogno, che è meglio far rimanere nelle camere oscure destinate al sonno, piuttosto che risvegliarlo e farne diretta conoscenza: quel sogno allora si tramuterebbe in incubo. Constant descrive le città-stato dell'antichità come veri e propri stati totalitari, in cui il singolo era sempre asservito, in ogni sua azione, alla comunità cui apparteneva. Paradossalmente, nell'antichità i cittadini godevano di diritti politici, ma non di diritti civili. Influenzavano, attraverso l'esercizio diretto della democrazia antica, un potere politico che l'uomo modreno è ben lungi dal poter esercitare. Eppure, al tempo stesso, erano in balìa dei capricci della maggioranza in una misura altrettanto maggiore della nostra. Le città stato, nota Constant, erano di dimensioni umane: la più grande di loro era molto volte più piccola del più piccolo stato regionale dell'Europa contemporanea di Constant. La città stato antico era dunque politicamente a misura d'uomo. L'individuo non si sentiva quindi disperso in moltitudini leviataniche, ed aveva la possibilità di partecipare in prima persona a molte occasioni politiche: assemblee, consigli, giudizi, elezioni. Viveva una vita quindi più eroica e meno comoda della nostra, meno dedita alla sicurezza e più all'azione, più politica e guerriera. Poichè infatti il criterio di cittadinanza sia delle città stato greche e italiche che delle tribù dell'europa celtica e germanica era la capacità di portare le armi. E l'organo politico primigenio di quegli antichi stati cittadini e tribali era l'assemblea, l'adunanza deigli uomini atti a portare le armi.
In queste comunità ristrette esercitare l'attività politica per il singolo era una possibilità e una necessità ad un tempo. Trattandosi di comunità con gradi di collettivizzazione del lavoro maggiori del nostro, in esse la politica finiva per confondersi più direttamente e più visibilmente con la gestione del proprio benessere materiale. Gli organi politici avevano grandi poteri di controllo della vita del singolo, ma questi controlli e lacci della libertà personale venivano leniti
proprio dalle piccole dimensioni di quelle società. Ma tutto questo non deve farci dimenticare che una serie di granzie, le nostre libertà civili, non esistevano a quell'epoca. Constant fa l'esempio dell'ostracismo, questo strumento della democrazia ateniese davvero aberrante per la sensibilità moderna. Con l'ostracismo si poteva esiliare con facilità disarmante un cittadino verso il quale il popolo nutrisse sospetti di tirannia. Non vi erano garanzie, né vi era una giurisprudenza che, attarverso un giusto processo, valutasse la fondatezza fattuale del sospetto e la corretezza giuridica della eventuale pena. Ciò che contava era l'opinione della comunità, che non necessarimnet corripisndeva del resto allam maggioranza, ma piuttsto alle minoranze politicamente attive, quelle che assicuravano che si potesse arrivare al numero necessari di cocci, ostrakçn, sul quale si scriveva il nome del sospettato. E i cittadini si sottomettevano senza rammarico eccessivo a queste procedure, come attesta ad esemipio quello che si diceva di SAristide l il politico ateniese che aiutò un cittadino ateniese analfaberta ad incidere il suo nome, il nome di lui Aristide, sul coccio che poi lo avrebbe mandato in esilio. Oppure si pensi al rifiuto opposto da Socrate alla offerta di fuga, prima che venisse giustiziato.
Nel mondo moderno, nel mondo degli stati pluricittadini, di vasta estensione, i poteri politici diventano prerogativa di classi specializzate nell'esercizio del potere, i politici appunto. Essi rappresentano il cittadino, e in qualche modo vengono periodicamente controllati, ma sostanzialmente escitano gran parte del loro operare politico lontano dall'occhio sospettoso del popolo. Di qui il progressivo disaffezionarsi della cittadinanza verso la politica, disinacantemnto periodocamente interrotto da improvvise fiammate che tentano di rianimare forme di democrazia assembleare e diretta, ma che poi sono destinate a spegnersi per l'impossibilità, negli stati di dimensione sopraccittadine, ad esercitare efficacemmnte forme di potere politico non rappresentativo.

Berlin I., (1958). Two concepts of liberty. In Four Essays on Liberty. Oxford: Oxfrod University Press.

domenica, gennaio 02, 2005

Perché la critica islamica all'occidente è efficace?

Invece di scandalizzarci ad ogni piè sospinto laddove si parli delle differenze tra l'occidente e l'Islam, bisognerebbe invece riflettere su queste differenze. I più superficiali respingono con fastidio questo tipo di argomenti, abbandonandosi a un semplicistico "sono come noi". Un islamico effettivamente è come noi forse più di chiunque altro, eppure è al tempo stesso da noi distantissimo, poichè l'Islam nutre opinioni differenti su alcuni temi culturali, sociali e religiosi che condivide con l'occidente, e proprio queste condivisioni possono essere materia di conflitto e di contrasto. La critica che fa l'Islam all'occidente non è né balzana nè peregrina, ma estremamente efficace, forse una delle più efficaci tra quelle possibili. Essa ha inoltre il dono di essere espressa nei termini universali di una religione. Non si tratta di dotte dissertazioni filosofiche, ma di quel linguaggio fortemente simbolico che è in grado di propagarsi in larghe fette della popolazione. In qualche modo è un messaggio di massa, se questo termine non suonasse molesto e impertinente per una religione così antica e venerabile. E si tratta di una critica che presenta molti tratti in comune con le tante critiche e descrizioni del tramonto dell'occidente fiorite da un paio di secoli almeno dalle nostre parti.

Leggiamo e commentiamo ancora un intervento dal sito The Islamic feminista: "Isn't it funny Rose that the West can't decide what's wrong with us? Are we too 'materialistic' or too 'austere?' Isn't that curious? Our afterlife, our views of sex between spouses, are too 'decadent', our 5 daily prayers, month of strict fasting, hijab, mandatory charity, is too austere for the 'do what ever feels good' society. Could it be that the West is a bit 'bi-polar', swinging between two unhealthy extremes? confused between their self-repressing Christian roots, and self-worshipping secular modernity? between self denial of our humanity and slavery to our desires? In Islam spiritual growth is by staying within the boundaries set by God, and forsaking EXCESS, not by forsaking NATURAL AND HEALTHY human tendencies. Eating is fine, but eating too much gets in the way of spiritual growth, sex with spouse is O.K., but sex outside of marriage gets in the way of spiritual growth. Material wealth is O.K., and even desired, so that we can spend it in the way of God, but it should be 'in the hand, not in the heart.' The key is to put your intellect and will OVER your desires, to make them YOUR slave, not the other way around. It is not to either DENY them, or ENSLAVE yourself to them. We submit our will to God, not our desires. This is the idea of 'Tawheed; worshipping only God.' This means obeying the boundaries set by Him. God gives us ENABLERS to leading this kind of life The 5 pillars of Islam.
Could it be that the West, as it swings between two extreme poles, always looks at the middle as 'extreme' and 'wrong'. Its Newton's theory of relativity...when you are tilted, a straight line looks crooked from your point of view.
The Prophet said, as I wrote earlier to those who wanted to lead a life of excessive self denial (monks) that this is not his way, and his way is the 'MIDDLE WAY.' The Qur'ân also says, 'who is more misguided than the one who makes his desires his god?' This is Islam: The Middle Way. This is how we are described in the Qur'ân, 'the Nation of the Middle Way.'... a way of life in perfect alignment with the very best of human nature."

Si tratta di una sorta di rovesciamento di una critica che di solito si fa all'Islam dalle nostre parti. La persona autrice di questi pensieri, infatti, sottolinea che spesso l'occidente incolpa l'Islam di eccessiva austerità, ma anche di una concezione poco spirituale dell'aldilà. L'accusa è rovesciata: in realtà è l'occidente eccessivo e innaturale nelle sue manifestazioni, un mondo troppo materiale nelle sue manifestazioni terrene e al tempo stesso troppo spirituale nella sua concezione del mondo superiore e celeste. A ben vedere, questo tema è presente anche all'interno stesso della cultura occidentale. Non da oggi l'occidente rimprovera a se stesso la sfrenata sua tensione faustiana, la sua ricerca di un assoluto spirituale che però troppo spesso si traduce nella ricerca della potenza terrena, mondana, materiale, economica, tecnologica. Nel Faust di Ghoete il protagonista del poema muore nel mentre è intento a realizzare sogni di potenza e di manipolazione delle energie naturali che oscillano tra l'alchimia e la prefigurazione del potere tecnologico moderno. Già varie volte l'occidente ha avuto orrore della sua capacità d produrre potenza materiale e tecnica, talvolta proiettando fuori di sé questi fantasmi, attribuendoli a entità vissute schizofrenicamente come estranee, ma che in realtà convivono con l'occidente da millenni e ne costituiscono una delle radici culturali e religiose. Il timore delirante del complotto ebraico di dominio del mondo attraverso la manipolazione tecnica è in realtà un’attribuzione ad un’entità "etnicamente altra" di qualcosa che è invece profondamente proprio dell'occidente circa ariano. L'islam è invece, la via di mezzo, la possibilità per l'uomo di sapersi sottomettere alla natura senza manipolarla, o almeno senza snaturarla attraverso una manipolazione eccessiva, faustiana della natura. L'islam, al tempo stesso, ha una concezione più facile e più naturale del rapporto con la carne e con la materia, non separandola, come fa il cristianesimo, con un taglio netto e doloroso dallo spirito e dalle sfere più elevate dell'uomo. Questo è, infatti, il significato profondo e velato del paradiso islamico, che a noi pare così materialistico: le 70 vergini, il sesso paradisiaco, i piaceri più terreni goduti in cielo, e così via. Nonostante l'apparente ingenuità di queste scene, esse manifestano l'assenza di questa barriera tra il corpo e lo spirito, barriera che invece tormenta e rende infelice la coscienza occidentale. E' la meravigliosa e naturale via di mezzo, priva degli eccessi nell'uno o nell'altro senso tipici dell'occidentale, sempre alla ricerca di un’impossibile redenzione e sempre tormentato da colpe più o meno misteriose e da peccati originali. Anche un teologo cattolico, Alain Besancon, ha sottolineato la naturalità della fede islamica. Secondo Besancon l'Islam è per certi versi effettivamente una religione naturale con alcuni tratti in comune con le religioni del mondo antico. Dio nell'Islam in verità non si rivela, non fornisce all'uomo una verità altrimenti a lui inattingibile. Per il fedele islamico la realtà di Dio è una verità di fatto, non comunicata attraverso una rivelazione e mantenuta dogmaticamente attraverso un argomento ex authoritate ma evidente in sé, in ogni momento della vita. Dio, rivelandosi a Maometto, trasmette a lui il Corano e si rende più intelligibile all'uomo comunicandogli un messaggio esplicito, scritto in parole di arabo classico, ma non si rivela, non si presenta davanti all'uomo fuoriuscendo dal pozzo dell'assolutamente ignoto. Allah è il divino, ma è quel divino che tutti i popoli antichi vivevano e riconoscevano spontaneamente nelle manifestazioni della natura, con la stessa immediatezza con cui l'Europa secolarizzata vive l'assenza del divino. Egli non è un Dio particolare, noto a un solo popolo e autore di determinate azione storiche che poi si rivela essere l'unico poiché egli lo rivela, ma è la divinità unica e da sempre nota all'uomo che si precisa, che assume contorni più netti rivelandosi a Maometto. Non a caso l'Islam ha affascinato molti pensatori fortemente critici verso il cristianesimo, a cominciare da Nietzsche in alcune sue pagine famose, proprio per questo suo carattere di religione naturale, via ragionevole e via di mezzo. E per questo suo carattere naturale Nietzsche ha separato l'Islam dalle altre cosiddette religioni monoteistiche. Tutto questo può essere, ed è, molto affascinante per un occidentale. Gli occidentali hanno ottenuto indubbiamente molto in termini di benessere materiale, ma anche in termini spirituali: un’inebriante liberazione individuale da ogni legame naturale e tradizionale, che continuamente trabocca dalla sua coppa, ci redime e ci riempie l'anima. Ma questa libertà può anche svuotarci. L'individuo portatore di diritti inviolabili della persona è anche un individuo purtroppo astratto e solitario. Non si tratta soltanto di una definizione giuridica, ma anche di una realtà sociale. L'individuo, allargando i suoi diritti personali, acquisendo la libertà di potersi scegliere, costruire e ricostruire ogni giorno il proprio destino affettivo, lavorativo, ideale e spirituale inevitabilmente logora, taglia o addirittura distrugge molte catene che lo legavano un tempo alla famiglia, al clan, alle gilde corporative, al suo ordine sociale. E queste catene erano però anche sostegni, corde, fili rassicuranti, sentieri ben tracciati, magari opprimenti ma anche protettivi e fornitori di senso. Poiché non è affatto detto che una persona, costretta a trovare da sé stessa un senso ogni giorno per la sua esistenza, riesca poi a trovarlo, questo senso. Ci vuole intelligenza, inventiva e coraggio per una simile impresa, e questo non è da tutti e non è fattibile sempre, per tutto l'arco di una esistenza. Ecco allora l'Islam, la religione della sottomissione, che irride la presunzione, la hybris dell'uomo occidentale, la sua pretesa di farsi pari a Dio, di essere capace di tracciare e lastricare da sé stesso la propria via ogni giorno, di trovare consolazione in un Dio che si limita a condividere la condizione umana incarnandosi, ma che non dà suggerimenti chiari. Anzi, egli incarnandosi ha sostanzialmente abolito buona parte della Legge divina, riducendola all'osso, sebbene egli affermi di averla compiuta, non abolita. Ma questa Legge precedente era forse troppo dura e al tempo stesso portava già in sé, nei messaggi profetici, il seme della propria dissoluzione, la dignità quasi divina concessa alla creatura già nell'ebraismo. Dall'altro lato, l'Islam pone una Legge invalicabile, una corda cui aggrapparsi che porta il credente direttamente a Dio. E al tempo stesso questa Legge è però un carico leggero, quasi dolce, anzi spesso dolce di tutte le dolcezze terrene. Ecco un segreto dell'Islam: la sua misericordiosità verso la debolezza dell'uomo. La Legge c'è, ma non è difficile da compiere. E qui si rivela la naturalità dell'Islam, la sua anti-asceticità. E tornando per un momento al femminismo islamico, possiamo ora capire perché questo movimento non si sia pressoché mai messo in contrapposizione alla religione islamica. La donna islamica vive la realtà di Dio come verità di fatto, natura evidente. Non si tratta di discutere e nemmeno di negare, ma semplicemente di sottomettersi a un dato di partenza: la realtà di Dio. E ricollegandomi al titolo del post, si comprende anche perché la critica islamica all'occidente è così efficace. Esso va a negare e svelare proprio quel non essere mai via di mezzo che è tipico dell'occidente, quel suo stato di disagio e lacerazione tra vertici sempre eccessivi, di totale realizzazione nel mondo o di completa negazione del mondo, sempre comunque alla ricerca di una orgogliosa e perfino arrogante affermazione dell'individuo personale staccato dal contesto naturale. Natura che può essere sia negata in un tentativo di suprema e assoluta elevazione spirituale, sia manipolata e dominata attraverso la potenza tecnologica.

The islamic feminista (2004-12-30 10:04:00) Corespondance between a Christian and a Muslim. http://www.livejournal.com/community/islamicfeminist/53185.html#cutid1

Il femminismo islamico è una critica all'occidente?

I medesimi dubbi espressi da Lia nel suo post li ritroviamo ancora nel post del solito The Islamic Feminista

Soul-inside scrive: "Islam is proactive to female rights- entitling them to their own money and property (a right that they got much earlier than their European counterparts). One thing that I grieve over is for the secular woman, and the secularized Christian women- now that they have "equal rights" that is they can work full time jobs, they still have to come home and do chores and take care of the kids. Now women have to be 'superwomen'. Women are even working the full terms of their pregnancies here in the States. Islam mandates that the man is 100% responsible for taking care of financial affairs, still permitting the woman to work if she wants to and do what she chooses with her own money- while she is responsible for the household. Granted, this also marginalizes women too. The women who do not want children or the women who want careers and be married. There are Islamic feminists who are dedicated to trying to break the social taboos of such circumstances."

In breve, si rivendica il reale miglioramemnto della condizione della donna nel passaggio dal politesimo tribale all'Islam, seguito poi da un accenno agli aspetti critici della equiparazione giuridica ed emanciapzione ottentua dalla donna occidentale, più o meno cristiana. Il tema della superwoman è un tema tipico del femminismo americano, e crea in genere sconcerto in tutti, comprese le donne. In realtà, quando ci si ritrova ad esaminare il fenomeno della superwoman, della donna cioè costretta a sopportare il doppio carico di lavoratrice competente e professionalmente appagata e al tempo stesso moglie e madre efficiente e adorabile, si finisce spesso in un bivio che è al tempo stesso un vicolo cieco. Il fenomeno della superwoman è da addebbitare ad una insufficiente emancipazione, oppure nasconde in maniera velata il dubbio che non tutto del vecchio ordine fosse da buttare? In altre parole, sono gli uomini che dovrebbero del tutto equipararsi alle donne anche nelle faccende domestiche, e non facendolo caricoano le donne di un peso raddoppiato, finendo per trasformare subdolamente l'emacipazione in una trappola? Oppure esiste uno specifico di genere, un regno femminile che comprende l'allevamento dei figli e la cura del focolare e che rimane, per mistersiose, quasi sacre ragioni, inevitabilmente (e, quindi, non subdolamente) al di fuori della portata del maschio? Nel primo caso, il doppio carcio è solo un ostacolo da superare sulla via della parità definitiva. Nel secondo, ci si troverebbe invece di fronet a una di quelle aporie proprie della vita, che suggerisono ai più pessimisti tra noi una visione al fondo tagica dell'esistenza, sia pure tra mille consolazioni materiali e spirituali.

Ma torniamo a noi. L'Islam ha buon gioco a sottolineare questa aporia. Sebbene l'Islam possa sempre mostrare a suo merito i miglioramenti che esso apportò alla condizione femminile all'inizio del suo sviluppo storico, non può poi però paragonare questi miglioramenti alla parità se non altro giuridica dello Stato di Diritto all'occidentale, che elimina almeno teoricamente le differenze di genere riducendole all'indivduo indifferenziaot portatore dei diritti inviolabili della persona. Non può mostrare un simile grado di parificazione, è vero: ma può però sottolineare, con una efficiacia che è solo sua e che non è di nessuna delle altre correnti religiose tradizionali, come questa concezione astratta dell'individuo porti con sé i suoi disagi inevitabili, e può suggerire con ben altra forza rispetto al femminismo o a qualunque movimento di idee o di opinioni progressista che la soluzione non si trova sempre e soltanto in un cammino che ci sta davanti, in un progresso senza fine, ma può trovarsi anche indietro, alle nostre spalle. L'Islam è infatti libero dalle pastoie progressiste che comunque appesantiscono la critica di sinistra alla modernità.

Così, il nostro buon amico Soul-inside può ben sostenere, con una calma che nessun pensatore progressista occidentale potrà mai esibire, che "Islam mandates that the man is 100% responsible for taking care of financial affairs, still permitting the woman to work if she wants to and do what she chooses with her own money- while she is responsible for the household." In altre parole, si tratta degli stessi pensieri di Lia: garantire alcuni diritti sociali e giuridici alla donna in un campo che rimane però tranquillamente di competenza de maschio, e questo sena alcuna remora o imore di apparire retrogrado o politicamente scorretto. Il pensierio sottostane è che, stabilito che la donna può e deve vedere la propria condizione sociale migliorata in un mondo di maggiore benessere materiale, essa comunque non deve aspirare alla parità perfetta nel mondo del lavoro e degli affari, che deve rimanere un mondo maschile, così come quello della casa e dell'accudimento dei figli rimane il regno della donna. E questo è anche il messaggio dei libri della Merinissi, libri che descrivono in maniera positiva l'operare della donna all'interno dell'Haramlik, il luogo della casa araba riservato alle donne, luogo in cui essa non sarebbe segregata, ma in cui superbamente regna.

Lo stesso soul_inside ammette che una simile visione finisce per penalizzare quelle donne che non intendono fare figli e realizzarsi nella famiglia, quelle donne che non vedono il lavoro e una maggiore emancipazione sociale soltanto con una piacevole aggiunta a una vita che rimane centrata sull accudimento e l'allevamento, ma che invece intendono partecipare a tempo pieno al mondo maschile del lavoro, degli affari, perfino della guerra, in breve della realizzazione di sé attraverso l'ottenimento di obiettivi personali, quasi egoistici, piuttosto che attraverso la cura degli altri (siano pure i figli, questi altri) e l'abnegazione comunitaria.

Va da sé che tutto questo è difficilmente conciliabile con una visione semplicistica della ointegrazione tra cultura islamica e occidentale. Qui non si tratta tanto di paventare terroristi che si fanno esplodere improvvisamente alla'ngolo della strada, o di temere guerre di religione. Qui si tratta di ben altro. Forse non di un pericolo maggiore, ma sicuramemnte di una svolta cultuyrale di ben altra portata. Siamno di fronte a una critica forte dell'occidente e della sua cultura, di una capacità forte e davvero radicale di mettere in mostra con rara efficacia le aporie della condizone occidentale, l'efficacia concreta delle credenze religiose ma anche dei problemi reali e dei fatti concreti e non quella sfuggente e acquosa delle filosofie. Il femminismo islamico è dunque soprattutto una critica all'ccidente, piuttosto che una consolazione per chi vuole pensare, semplicisticamente, che "loro sono come noi: hanno pure le femministe!" Un risultato che delude gli alfieri della facile integrazione. Ma é pensabile che questa critica si possa limitare soltanto alla condizone femminile? Non si estenderà anche ad altri aspetti, come la libertà sessuale, la tolleranza verso gli omosessuali, e tutti quegli aspetti della tolleranza che inevitabilmente finiscono per indebolire l'aspetto comunitaristico della società? Su questo bisogna riflettere. La vita è fatta di scelte, e ogni scelta porta dei vantaggi ma anche alcuni svantaggi, a olte dolorisoi. La scelta liberale è purtroppo, spesso anticomunitaria, e questo genera un disagio, disagio che può essere chiamato in vari modi: diffidenza antitecnologica, rifiuto dell'occidnete, disagio della civiltà. E poi vi sono altri mondi, che invece la scelta anticomunitaria non la hanno effettuata. La loro scelta è e rimane differente. Tra questi mondi l'Islam rimane, per una serie di ragioni, non quello più distante (anzi, per alcuni versi è proprio la presenza di alcuni punti in comune che genera il conflitto), ma quello che rapprestenta, con la sua stessa semplice esistenza, la critica più efficace all'occidente. Per convinzione personale sincera e non per esteriore correttezza politica non chiamerò questa scelta né retrograda né barbarica né malefica, ma comnuque continuerò a chiamarla una scelta differente, che implica percorsi differenti e modelli sociali, giuridici ed economici differenti. E questi modelli non sono sempre integrabili a volontà. Nè si può sempolre risolvere tutto onvoncand un generico illuminismo più o meno diestico e/o più o meno ateistico (dipende dai gusti) di massa che risolva tutto con un tocco magico.

Christian and islamic feminism (2004-12-30 04:33:00; 2004-12-31 08:36). http://www.livejournal.com/community/islamicfeminist/52580.html

venerdì, dicembre 31, 2004

Donne parlano dei limiti del femminismo occidentale

Se ne parlassi io, non sarei del tutto credibile. Per questo lascio la parola ad altre persone.

Allora, prima di tutte Lia (Haramlik, 2004) la mia interlocutrice preferita: "l'Egitto, laboratorio culturale d'Oriente: dotato di un movimento femminista fin dagli anni '20, dà per scontate buona parte delle conquiste di cui noi ci beiamo come tanti dischi rotti da decenni: le signore studiano, lavorano, guadagnano e, anzi, con l'inflazione che c'è qui sarebbe un bel guaio, se non lo facessero. Hanno voce, le donne egiziane? Direi di sì: sono in politica, nei giornali, nelle università, nelle imprese e dappertutto. Questo fa dell'Egitto un paese 'femminista'? No, assolutamente. E' un paese robustamente maschilista. Lo vorrebbero più 'femminista', le donne di qui?
Onestamente? Non credo."

Lia è una donna italiana, che vive a Il Cairo da alcuni anni e lavora (se ho ben capito) nel campo dell'istruzione. Aderisce a una visione della donna egiziana che è differente da quella diffusa in occidente: la donna egiziana ha accesso al lavoro e possiede alcuni campi di autonomia, non è sottomessa e reclusa come riteniamo noi, o almeno non è così sottomessa e reclusa in casa come possiamo credere obbedendo a uno stereotipo occidentale, un eurocentrismo ingenuo che si fonda sulla convinzione di una superiorità culturale.
Arrivata a questo punto però Lia fa una aggiunta interessante: La donna egiziana gode di diritti sostanziali in un mondo che però rimane robustamente maschilista. E che questo mondo rimanga robustamente maschilista non è affatto detto che sia un male. E' da dire che Questo ultimo pensiero Lia non arriva mai a dirlo con chiarezza. Forse perché un simile pensiero sarebbe troppo politicamente scorretto anche per lei? Chi può dirlo. Certo però che Lia, nello stesso post, accenna ad alcuni possibili guasti di un femminismo troppo spinto. Leggiamo.
"Il percorso delle donne mediorientali in questo secolo è appassionante, a volerlo scoprire, decisamente spiazzante dal punto di vista dei nostri schemi e rappresenta -tra le altre cose- una buona cartina di tornasole dei risultati delle nostre battaglie, del prezzo e della maggiore o minore appetibilità delle nostre vittorie e della vastità delle nostre sconfitte."

Si noti: si mette in dubbio l'appettibilità delle acquisizioni e delle vittorie delle donne, e si accenna a vaste sconfitte. Ma proseguiamo.

"Esiste da qualche parte una seria riflessione femminile sulla cosiddetta "generazione senza padre", ovvero sui figli delle 35/45enni di oggi?
Chiedo, eh. E' un tema che ci riguarda o no? No, eh? Meglio parlare a vanvera delle povere arabe, musulmane loro, per giunta fraintendendone bisogni, aspirazioni e lotte."

Un problema concreto, sia pure solo accennato, non del tutto chiaro. In qualche modo, sembra che Lia si rifersica ad un fenomeno di espulsione del maschio, e soprattutto del padre, dal nucleo familiare.

Tutto questo è molto interessante, ma rimane però poco sistematizzato. Verrebbe da chiedere: qual è il percorso suggerito da queste riflessioni di una donna occidentale che vive in Egitto? Come poter rimediare, almeno parzialmente, a certi guasti, a certe storture? Una parte dentro di me, riflette, con un po' di acquolina in bocca, che forse si potrebbe tentare dui riprisitinare una società robustamente maschilista, che però lasci più spazio alle donne. Un po' come accade in Egitto. Ma sarà vero? Sarà possibile? O si tratta dell'ennesima utopia occidentale?

Haramlik (28 Settembre, 2004 22:47). "Chi è la più bella del reame?". http://www.ilcircolo.net/lia/000573.php

giovedì, dicembre 30, 2004

donne arabe e donne calabresi: un confronto

Cerchiamo allora di mettere ordine, in base a quanto detto nei due post precedenti. Nella descrizione delle 3 generazioni di donne calabresi, descrizione fatta da Renate Siebert, una professoressa universitaria di origine tedesca che insegna presso l'Università di Cosenza, vi è un racconto di emancipazione femminista di tipo classico: un percorso illuminista di liberazione, ancora incompleto, sicuramente lento, ma avviato verso un obiettivo di redenzione finale attraverso la conquista della libertà e della emancipazione. La costruzione di una società orizzontale di pari, l'affermazione individuale e personale sono il perno intorno al quale ruota tutta la macchina del racconto. Dalla condizione di dolorosa e quasi disumana sottomissione delle nonne alla realizzazione di sé attraverso il lavoro, lo studio e l'autonomia delle scelte delle nipoti. I disagi sono presenti, ma sono attribuiti sostanzialmente soltanto alla incompletezza del processo e alla arretratezza economica, non ancora al passo con la modernizzazioni delle aspirazioni e dei desideri delle ragazze.
Il quadro offerto da Lia è più complesso. In defintiva, il luminoso percorso di liebrazione illuministaca che traccia la Siebert è smentito. Si suggerisce non solo che movimenti di emancipazione sono stati e sono possibili in luoghi lontani dalla nota triade riforma religiosa/laicizzazione/defedaulizzazione economica. Fosse tutto qui, non sarebbe poi una scoperta così sbalorditiva. Azi, si tratterebbe di una nozione rassicurante: la liberazione dal'oscurantismo tradizionale avanza anche fuori dall'occidente. No, qui si suggersice ben altro, e che cioè quello stesso mondo tradizionale, così demonizzato, era ben diverso dai colori funebri troppo spesso utilizzati. La condizione della donna, ad esempio, era ben lontana dall'essere del tutto negativa. Galal, il regista del film sulle donne arabe, finisce per ritrarre una delle donne appartenenti alla generazione più anziana, e quindi teoricamente più sottomesse al potere maschile, come una donna affatto passiva, ma piena di interessi e di personalità: "I quickly discovered," dice Galal "that I was in front of a woman who was rather more than just a housewife. She had many interests, and maintained a very private life. She had a great desire to express herself through some medium, and actually learned how to burn figures on wood. She would listen to Umm Kalthoum on the first Thursday of the month, after her parents had gone to bed, and was captivated by the love songs. She worked hard to secure a private niche for herself, to secure a degree of personal freedom."
Un altro esempio sono i libri di Fatima Mernissi (1992, 1999, 2000) dedicati all'harem e alle donne dell'harem. Anche qui troviamo lo stesso effetto spiazzante. Le donne dell'harem, e per harem non si intende soltanto il serraglio del sultano, ma anche quello domestico ed é composto da tutte le donne della famiglia: madri, zie, nonne, cugine, le componenti della grande famiglia patriarcale allargata. La Mernissi smentisce un altro modulo interpretatvio occidentale: mentre gli occidentali hanno raffigurato le bellezze da harem come creature innocue e statiche, La Mernissi le mostra come donne battagliere, affatto schiavizzate.
Insomma, siamo in presenza di una vera a propria critica del pensiero rivoluzionario occidentale, un rifiuto del giacobinismo radicale. Sembra quasi di leggere una versione orientale di un certo pensiero liberalconservatore, quello che nasce con Edmund Burke, un pensiero che, sebbene fosse in grado di apprezzare i fenomeni della modernizzazione e della secoralizzazione, non mancasse però di puntare lo sguardo anche agli inevitabili risvolti negativi e di ammonire che vi era un costo da pagare, soprattutto nel caso in cui la secolarizzazione tagliasse tutte le radici che legavano il presente al passato.
Insomma, esiste un femminismo arabo, ma questo femminismo non tenta mai di separare il passato dal presente, ma va sempre alla ricerca della sua giustificaazione tradizionale e religiosa, sia nel Corano che in altre fonti. Osserviamo ad esempio questo breve dialogo sul sito "The Islamic Feminista" (http://www.livejournal.com/community/islamicfeminist/). Un ragazzo si presenta, e scrive: "Although I am muslim I am Pro-Feminist, Gay postive and animal friendly"

Immediata la risposta: "I believe Islam IS pro-feminist, Gay-positive, and extremely animal-friendly. I suppose the Gay-positive can be argued, but at least compared to Christianity..."

Il nuovo frequentatore del forum si scusa: "My intention was not to tick anyone off. I too believe that being a muslim and pro-feminst isn't a contradiction. Pro-feminism is a big part of why I am a muslim."

E per finire: "Yeah, that's just a stereotype of Islam. I don't think anyone here belives that Islam isn't pro-feminist and gay positive, but it sort of becomes a reflex to say one is a muslim and then refute the stereotype"

Riflettiamo. E' possibile una simile conversazione in occidente, che sostituisca all'islam il cristianesimo? Forse si, è possbile, e con un po' di pazienza si potrebbe trovare un gruppo culturale che predichi il femminismo su base religiosa e cristiana, se non addirittura cattolica.
Tuttavia, un tale movimento, se esiste, è sicuramente marginale. Quello che colpisce, invece, è che nel mondo arabo il cuore ideologico del femminismo è appunto il femminismo islamico. C'è da dire che, comunque, tale femminismo opera una differenzazione tra buona tradizionae, basata sulla rivelazione coranica, e cattiva tradizione, basata su una cultura patriarcale sostanzialmente non religoiosa. Leggiamo infatti nella presentazione del sito "The islamic feminista", che il femminismo islamico nasce "In order to reverse the effects that 9th century patriarchal thinking and behaviour had on fiqh (Islamic jurisprudence) we must study the Qur’an in its original Arabic form, as well as study the ahadith which been widely misused and taken out of context."
Dunque, con questa distinzione, un residuo di pensiero rivoluzionario antipatriarcale e genericamente antitradizionale viene accolto, ma al tempo stesso viene competamente preservata la fedeltà alla radice religiosa islamica. Si tratta di un altro esempio di protesta accomodante e di conciliazione? La risposta non è semplice.

Fatima Mernissi, (1992). Le donne del profeta. La condizione femminile nell'Islam. ECIG
Fatima Mernissi, (1999). La terrazza proibita. Vita nell'harem. Giunti Editore.
Fatima Mernissi, (2000). L'harem e l'occidente. Giunti Editore.

3 generazioni di donne calabresi

Facciamo ora un confronto con qualcosa di simile, ma anche di radicalmente diverso. Parliamo di un libro di Renate Sibert (1991), uno degli studi migliori sulla trasformazione dei ruoli di genere in Italia. Si trattava di uno studio qualitativo, che copriva tre generazioni di donne che vivevano in Calabria, una delle regioni meridionali più povere.
La generazione più giovane era composta da studentesse universitarie, mentre le altre due erano le madri e le nonne delle studentesse. Le interviste avevano alcuni temi centrali, come il lavoro, la partecipazione alla vita pubblica, l’educazione, i ruoli familiari e il sesso. Lo studio comprendeva un periodo ben preciso, dall’inizio del secolo XX a oggi, periodo che copre il processo di modernizzazione in Italia. Nel libro di Siebert possiamo osservare la nascita di una nuova società, di nuovi valori e la loro influenza sui ruoli femminili. È la storia di una emancipazione difficile, di una parziale modernizzazione, di aspetti tradizionali e patriarcali persistenti, di una comunicazione difficoltosa tra generazioni, e qualche volta di paradossale nostalgia delle generazioni più giovani per alcuni aspetti del mondo antico, ma anche -nelle due generazioni più anziane- di amari rimpianti e di forte rammarico per la rigida schiavitù alle quali erano sottoposte. Le nonne appartenevano per la maggior parte ai ceti inferiori. La maggior parte di loro non aveva mai frequentato la scuola o aveva frequentato solo uno o due anni della scuola elementare. Nessuna di loro parlava italiano, ma il tradizionale dialetto meridionale della Calabria. La maggior parte di loro aveva lavorato duro, fin dall’età di 10 o 12 anni. Erano ancora abituate a coltivare e arare la terra, a raccogliere olive, castagne e legname, a curare il bestiame, a lavare la lana, a cucinare e crescere i fratelli e le sorelle più giovani. Si sposavano presto, ma anche dopo il matrimonio i doveri non cambiavano, così passavano indistintamente dalla condizione di bambine a quella di giovani madri e mogli. Tutte affermavano che il matrimonio aveva aumentato loro la quantità di lavoro. I doveri affettivi e sessuali (così definiti da queste donne: doveri) venivano ad aggiungersi al lavoro, mentre la libertà e il divertimento diminuivano. Soffrivano del risultato di un severo controllo sociale. Uscire per una passeggiata, senza la scorta di un uomo della famiglia era vietato. I loro mariti erano ossessionati dalla gelosia. Anche i loro fratelli, zii e padri esercitavano un rigido controllo su di loro. Solo la domenica e le feste offrivano loro qualche svago sociale. Andavano in chiesa e, qualche volta, c’erano musica e balli. Imparare a cucire e ricamare nelle sartorie era un’altra occasione sociale di libertà. In conclusione, la vita sociale era ristretta solamente ai parenti e vicini di casa. Naturalmente, la solidarietà dei parenti e dei vicini non era un appoggio efficace in un mondo così povero. La povertà e la sofferenza erano sempre condivise, non individuali. Comunque, quella solidarietà era solo un altro strumento di controllo sociale. Invidia, pettegolezzo, malignità erano ovunque. Fin da bambine, una profonda paura del maschio era inoculata in queste donne dai genitori. Vergogna e paura erano uno stato mentale provato verso l’altro sesso, e in generale verso la vita sessuale. Si sposavano totalmente ignoranti in questioni di sesso, non sapendo niente di procreazione e nascita, e non conoscendo nessuna relazione tra il ciclo mestruale, la procreazione e il sesso. Naturalmente, una cultura così rigida non era capace di gestire i conflitti. La violenza era l’unico strumento al quale si ricorreva per la gestione delle crisi (ad esempio, le occasioni nelle quali le donne avevano infranto le regole sociali).
La seconda generazione, composta dalle madri delle studentesse, era una generazione combattiva. Sebbene soffrisse della maggior parte delle limitazioni sociali già esperite dalla generazione precedente, lottò per la libertà e raggiunse molti obiettivi. Molte di loro diventarono impiegate e guadagnavano per proprio conto. Alcune combattevano contro i propri parenti e mariti per ottenere la libertà di lavorare. Altre, comunque, non avevano da combattere perché la tolleranza era aumentata dopo la seconda guerra mondiale. Nondimeno, i controlli sociali erano ancora severi. Queste donne avevano ancora bisogno di dare una spiegazione al proprio marito per uscire a fare una passeggiata. Una vita sociale povera offriva pochi luoghi pubblici, prevalentemente solo la chiesa, che era un regno femminile dove le donne si incontravano tra loro, organizzavano feste e fiere e seguivano i propri interessi di carità. La relazione con il proprio marito era più affettuosa e romantica rispetto alla generazione precedente. Le persone non avevano più solamente una funzione sociale, ma iniziarono a sviluppare una personalità e a esplorare le proprie aspettative ed emozioni: fecero così esperienza dell’amore romantico, un importante fenomeno sociale che stimola nelle donne indipendenza e autonomia (Elias, 1969). La gelosia dei mariti era ancora grande. La generazione delle madri era ancora contaminata da una profonda vergogna del sesso, ma era meno ignorante e più capace di gestire la propria vita sessuale. L’educazione delle madri era maggiore di quella delle nonne, tanto che tutte loro avevano frequentato la scuola elementare. Queste donne erano già adulte quando la grande moderna trasformazione della società italiana e l’economia fecero l'esperienza del boom, negli anni '50 del secolo scorso, e improvvisamente apparvero la televisione, l’acqua, le forniture di gas e luce elettrica e gli elettrodomestici. Le madri cercarono di realizzare loro stesse tramite le proprie figlie. Erano felici per la libertà sociale e l’educazione delle proprie figlie che potevano frequentare l’università e provare l’esperienza di nuove forme di socialità giovanile.
L’ultimo esempio era costituito da studentesse contemporanee, di età tra i 18 e 26 anni. L’ambiente sociale è definitivamente cambiato: nessun genitore di queste studentesse lavorava come contadino. Le famiglie avevano perso la caratteristica di grandi famiglie patriarcali. Nessuna zia o nonna sembrava essere una figura così importante, mentre alcuni amici parevano assumere quel ruolo, sebbene molte ragazze fossero precocemente fidanzate fin dalla prima adolescenza e la coppia tendesse a distruggere l’amicizia tra pari. L’inibizione sessuale giocava ancora un ruolo. Il mondo tradizionale era morto, il villaggio popolato da parenti e vicini scomparso, pur tuttavia le nuove forme sociali erano ancora deboli, e l'universo sociale di queste ragazze tendeva a implodere nella direzione del nucleo familiare e del fidanzato. In questa transizione le madri giocavano un ruolo esterno: sostituivano la mancanza di pari, svolgendo la parte di amiche per le loro figlie durante l’adolescenza. Tuttavia, quando queste figlie crescevano le differenze culturali diventavano una barriera. I padri sembravano spesso psicologicamente distanti, forse perché si sentivano fuori dalla nuova società, o anche materialmente assenti, perché emigrati durante l’infanzia delle proprie figlie. Ciononostante, alcuni di loro sembravano assumere una nuova figura di genitore maschio, caloroso, amorevole e affettuoso.
I ruoli dei sessi sono ancora in transizione. Forse è questa l’area di transizione maggiormente armoniosa. Le ragazze sembrano essere attratte sia dalle nuove opportunità della libertà moderna sia dalla maternità, anche se la persistente assenza di reali relazioni orizzontali con i pari e di opportunità sociali – come i club, le associazioni e i gruppi di interesse – e la persistenza della società verticale e gerarchica – con i suoi correlati come il clientelismo, il favoritismo e il familismo – indirizzano le ragazze verso il polo moglie-madre della loro autonomia adulta, mentre il polo della vita sociale e lavorativa rimane nebbioso e incerto.

Tabella 1 - La vita sociale femminile nell’antica Italia rurale.
· Clan e relazioni familiari verticali sono privilegiati, mentre la socializzazione orizzontale con i propri pari in club e gruppi di interesse è assente o deve affrontare duri ostacoli e disapprovazione sociale
· I ruoli sociali sono gerarchici e rigidi
· I valori sociali privilegiano il rispetto delle regole sociali
· Un severo controllo sociale è condotto da parenti e vicini
· Le donne hanno un ridotto accesso al lavoro e all’indipendenza economica.

Tabella 2 - La vita sociale femminile in transizione tra l’antica Italia rurale e la società occidentale.
· Le relazioni orizzontali con propri pari e amici sono presenti ma non ancora formalizzati in club o gruppi di interesse (il cosiddetto principio associativo, secondo Tocqueville, è ancora mancante)
· Gli amici maschi tendono parzialmente a sostituire i parenti e i vicini nei controlli della vita sociale e sessuale delle donne
· Le ragazze tendono a creare una coppia socialmente chiusa con il proprio fidanzato
· Da un punto di vista culturale, l’accesso da parte delle donne al lavoro e all’autonomia economica è accettato, sebbene non ancora totalmente applicato: il tasso di donne disoccupate rimane più alto
· Il nucleo familiare (genitori e due o tre bambini) è la struttura centrale sociale

Elias N. (1969), Über den Prozess der Zivilisation. I. Wandlungen des Verhaltens in den Weltlichen Oberschichten des Abendlandes, Suhrkamp, Frankfurt.
Siebert, R. (1991), “È femmina però è bella”. Tre Generazioni di Donne al Sud, Rosenberg Sellier, Torino.
Tocqueville, A. de (1835). De la Démocratie en Amerique. Paris: Gosselin.

4 generazioni di donne arabe

Per molti versi il percorso del femminismo arabo, che esiste, è spiazzante. Ma essere e sentirsi spiazzati non basta, sebbene alcuni si accontentino di questo. Occorre anche cercare di rimettere i piedi per terra e partire alla ricerca di una opinione, qualcosa che si avvicini ad una mezza verità.

Nel suo blog Lia ci da un breve riassunto del percorso di 4 generazioni di donne egiziane, come raccontato nel documentario "Dardasha Nesaaeyah", che significa "Chiacchiere tra donne". Il documentario è stato diretto da Hala Galal, dura 52 minuti ed è stato prodotto dalla Misr International Films (Youssef Chahine & Co), Ognon Pictures, Zentropa, Les fils Chafic Fathallah. Si possono trovare commenti su questo documentario su due siti, segnalati da Lia:

http://www.eurofilmsegypt.com/entre_femmes.asp
http://weekly.ahram.org.eg/2004/694/cu6.htm

Lia ha scritto: "Dardasha Nesaaeyah (Chiacchiere tra donne) è un documentario che raccoglie le storie di quattro generazioni di donne egiziane. E segui i racconti di questa bisnonna severissima, uguali a quelli della mia bisnonna - inclusa la proibizione di bere caffè che c'era anche nella mia famiglia e queste analogie non smettono mai di colpirmi.Poi la nonna spigliata e disinvolta, capello all'aria come sua madre, che racconta della sua battaglia per andare all'università e diventare la prima laureata di casa sua, ed è la più occidentale di tutte.Filmini d'epoca, lei in costume da bagno, il padre che bacia la madre e potrebbe essere l'Italia.
Poi sua figlia, che invece ha combattutto contro marito e famiglia per poter indossare il velo. Comincia il risveglio islamico e questa figlia lo prende in pieno e ne fa una bandiera e, qui, cominciamo a perderci: finiscono le analogie, noi non l'abbiamo vissuto, il percorso che questa qui ha imboccato con tanta decisione. Ed è una conservatrice da spavento, questa figlia, e la madre e la sorella la prendono in giro ma solo la madre rimane ferma sulle sue barricate: la sorella è a metà strada e, intanto, si è lasciata convincere e velarsi.E infine la nipotina ventenne e universitaria, velata anche lei (e ti raccontano di quel povero padre, prima contro la moglie e poi contro la figlia, sconfitto da entrambe) che racconta di un suo viaggio in Olanda e del razzismo contro il suo velo."E questo non ti ha fatto dubitare della tua scelta?" "Ma va'! Semmai l'ha rafforzata!"E la nonna (l'occidentale) guarda queste giovani generazioni e, santo cielo, secondo noi la modernità è lei: la nonna!E appaiono altre storie: l'intellettuale femminista che spiega come l'ideale della donna chiusa in casa sia molto più di origine vittoriana che araba. La storia di quella che è chiamata apertamente "l'interferenza" occidentale lungo il percorso del femminismo arabo.E Hala Shukrallah, attivista dei diritti umani che racconta i suoi anni '70, le manifestazioni di piazza e le sue battaglie odierne.E la donna del popolo con i suoi due divorzi perchè: "Non ero felice." "

Il commento di Lia ci dice varie cose: è esistito ed esiste un femminismo arabo, presente con maturità soprattutto in Egitto fin dagli anni '20. Le donne arabe hanno ottenuto molti diritti, soprattutto nel campo lavorativo. Le donne arabe hanno però sviluppato un rapporto con la loro Tradizione (con la T maiuscola) culturale e relgiosa molto meno conflittuale delle loro controparti occidentali. In poche parole, le donne egiziane sembrano avere intrapreso un sentiero di progresso graduale senza rivoluzione in senso occidentale, anzi direi in senso propriamente francese, cioè senza la negazione totale dell'importanza del contatto con le radici tradizionali, e questo, lungi dall'essere uno svantaggio, è semmai un vantaggio rispetto a noi.

Tutto questo si riassume nella vicenda del velo. Il velo, lungi dall'essere una imposizione maschile, è semmai una riscoperta delle ultime generazioni di donne egiziane e/o arabe, soprattutto di quelle più acculturate. Infatti, il fenomeno del velo ha uno dei suoi luoghi di nascita nell'Università del Cairo. Il tono è fondamentalmente ottimistico, sia pure con qualche forzatura. L'interpretazione di Lia è differente da quella fornita dalla MacLeod nel suo libro. Nel libro della MacLeod la riscoperta del velo è una "protesta accomodante", generata dalla tensione tra il lavoro femminile, ricercato dalle donne sia per un desiderio di autorealizzazione che per necessità economica (al Cairo non si vive solo con lo stipendio del capofamiglia) e la tradizionale diffidenza verso la donna che lavora, che per definizione non può essre né una buona moglie nè una buona madre: non avrebbe, anzi non ha obiettivamente tempo per accudire i figli, la casa e il marito. A questo si aggiunge un reale rammarico delle donne stesse, che tendono a non (sottolineo il non) avere un atteggiamento astioso e "rivoluzionario" verso il modo tradizionale e patriarcale, e forse lo valutano come migliore, più naturale, e che gode della approvazione divina, secondo la rivelazione musulmana.

sabato, dicembre 11, 2004

Ma saranno davvero così retrogradi i mediterranei? si e no

Tuttavia, l’assenso della comunità scientifica sul costrutto dell’onore-vergogna non è così unanime come può apparire. Magrini (1998) ha portato delle critiche sull’esistenza di un costrutto peculiare mediterraneo basato sull’onore e la vergogna, notando che:

● persino gli articoli inclusi nell’antologia di Peristiany erano meno unanimi di quanto il curatore affermasse;
● è possibile che i primi studi antropologici del Mediterraneo ritraessero caricature delle donne mediterranee, descritte come persone silenziose e obbedienti, in qualche modo estranee o isolate dalla “vita reale” della comunità maschile, e perennemente segregate nelle loro case e coperte dalla testa ai piedi per vergogna dei loro corpi (Gilmore, 1982; Magrini, 1998);
● i due concetti dell’onore maschile e della vergogna femminile non sono presenti in maniera costante da un capo all’altro del Mediterraneo (Herzfeld, 1987; Marcus, 1987);
● gli articoli dell’antologia di Peristiany si focalizzavano su alcune società scelte tra le più marginali ai bordi del Mediterraneo (Magrini, 1998);
● onore e vergogna non compaiono ovunque in questi paesi, mentre invece possono essere rintracciati altrove (Lever, 1986; Pina-Cabral, 1989);
● soprattutto, questi valori oggi sembrano piuttosto obsoleti in molte regioni del Mediterraneo (Davis, 1987).
Quindi è possibile sia che nelle società tradizionali la posizione sociale delle donne sia meno sottomessa rispetto a quanto creduto nei primissimi studi, sia che nei tempi moderni la posizione delle donne stia avendo un drammatico cambiamento nella maggior parte dei paesi dell’area mediterranea (Davis, 1987). Ciò è sicuramente vero, ma, da un punto di vista antropologico, è importante stabilire se alcune idee, anche se non corrispondono esattamente allo stato dell’arte reale delle cose, o non vi corrispondono affatto, siano ritenute dalla parte più significativa di una data comunità o società corrispondenti sia con la realtà sia con l’ideale. È questa totale o parziale accettazione di un’idea come “giusta” che trasforma una semplice idea in una rappresentazione accettata da una data cultura e capace di influenzare i comportamenti e le idee individuali. In altri termini, è probabile che l’immagine della femmina mediterranea sottomessa non corrisponda sempre alla realtà, che la sua autonomia e il grado di partecipazione nelle decisioni sociali e nella vita culturale e sociale fossero più alti rispetto a quanto ritenuto nei primi studi, e che nei tempi odierni la gamma di valori delle donne e i loro comportamenti stiano rapidamente cambiando. È anche vero, comunque, che nelle società tradizionali il peso sociale e l’importanza attribuita all’attività delle donne e alle loro opinioni sono principalmente riconosciuti inferiori rispetto a quelli degli uomini (Méndez, 1988). Quest’idea non scompare mai del tutto, ma è sempre parzialmente presente e forte specialmente nelle fasi di trasformazione, quando cioè una società incomincia la sua lunga, internamente confusa e penosa transizione verso una società con ruoli sessuali meno tradizionali. La maggior parte delle società nei paesi mediterranei rimane dunque influenzata dai concetti di onore e vergogna (Araji, 2000).

Letture:
Araji S. (2000), “Crimes of Honor and Shame: Violence against Women in Non-Western and Western Societies”, The Red Feather Journal of Postmodern Criminology.
Davis J. (1987), “Family and state in the Mediterranean”, pp. 22-34, in D.D. Gilmore (Ed.), Honor and Shame and the Unity of the Mediterranean. Washington: American Anthropological Association.
Gilmore D.D. (1982), “Anthropology of the Mediterranean area”, Annual Review of Anthropology, 11, 175-205.
Herzfeld M. (1987), “‘As in your house’: hospitality, ethnography, and the stereotype of Mediterranean society”, in D.D. Gilmore (Ed.), Honor and Shame and the Unity of the Mediterranean, American Anthropological Association, Washington.
Lever A. (1986), “Honour as a Red Herring”, Critique of Anthropology 6 (3): 81-106.
Magrini T. (1998), “Women’s ‘work of pain’ in Christian Mediterranean Europe”, Journal of Musical Anthropology of the Mediterranean, 3, http://research.umb.edu/eol/MA/index/number3/magrini/magr0.htm.
Marcus M.A. (1987), “‘Horsemen are the fence of the land: honor and history among the ghiyata of Eastern Morocco”, in D.D. Gilmore (Ed.), Honor and Shame and the Unity of the Mediterranean, American Anthropological Association, Washington.
Méndez L. (1988), Cousas de mulleres: campesinas, poder y vita cotidiana (Lugo, 1940-1980), Editorial Anthropos, Barcelona.
Pina-Cabral, J. (1989), “The Mediterranean as a Category of Regional Comparison: A Critical View”, Current Anthropology, 30 (3), 399-406.

La donna nella cultura mediterranea: onore e vergogna

La condizione della donna araba è stata spesso accomunata a quella della donna mediterranea, forse con un eccesso di semplificazione, come già segnalato dalla nostra Lia. In ogni caso, preme ricordare che il modello culturale della donna mediterranea non è propriamente femminista in senso moderno e occidentale. Per comprendere i ruoli di genere nella cultura mediterranea, per lo più occorre invocare un significativo tratto culturale dell’area mediterranea, che è il costrutto antropologico dell’“onore e della vergogna”. Questo costrutto è profondamente legato alla configurazione dei ruoli de maschili e femminili nei paesi del Mediterraneo.
Una delle più importanti pubblicazioni che hanno contribuito a stabilire gli studi di antropologia del Mediterraneo è stata l’opera collettiva Honour and shame: the values of Mediterranean societies (“Onore e vergogna: i valori delle società mediterranee”) curata da Peristiany (1966). Peristiany argomentò che il costrutto onore-vergogna era tra i più importanti modi di pensiero presenti e persistenti nell’intera area mediterranea, e una delle sue più peculiari caratteristiche antropologiche. Da allora, il costrutto dell’onore-vergogna è stato frequentemente utilizzato negli studi antropologici mediterranei. Peristiany concepì tale costrutto culturale come legato ai ruoli dei sessi, secondo un modello per il quale l’onore è associato agli uomini e la vergogna alle donne, e sia onore che vergogna sono inestricabilmente legati l’uno con l’altra in termini affettivi e cognitivi (Brandes, 1987).
La nozione antropologica di onore è contenuta in entrambi i costrutti psicologici del valore del sé e del valore sociale. Onore è una nozione legata al ruolo sociale e familiare dei maschi, ed è una sorta di proclama degli uomini del loro essere “giusti e orgogliosi”. I fattori che sottolineano l’onore dell’uomo esprimono il suo rango sociale (come le origini familiari e la ricchezza), le sue qualità morali (come la generosità, che è una qualità che si presenta anche come una controparte sociale legata al patronato) e la sua capacità di controllare le reputazioni e la condotta sociale delle donne della sua famiglia: madre, sorella/e, moglie/i, figlia/e. Qualsiasi violazione o sospetto di trasgressione dei codici di comportamento sessuale da parte di tali donne è vista come un attacco all’onore del clan, tribù, o qualsiasi altro tipo di lignaggio di comunità (Anderson, Seibert, Wagner, 1998; Bates, Rassam, 1983; Ginat, 1979; Kandiyoti, 1987; Lateef, 1992; Schneider, 1971; Yousseff, 1973).
Comunque, non sono solo l’adulterio o le attività sessuali pre-maritali che sono viste come una minaccia all’onore. Piuttosto, è qualsiasi atteggiamento che i maschi ritengono inappropriato: questo può significare parlare con un estraneo, parlare contro il proprio marito, criticare i cognati, ridere molto o ad alta voce, o persino un vago sospetto di mancare le aspettative dell’appropriato comportamento femminile (Hegland, 1992; Lateef, 1992). Ad ogni modo, la violazione da parte delle donne di codici di comportamento ispirati alla sottomissione e la sensazione che i maschi o le famiglie non riescano a controllare le loro femmine risultano in entrambi i casi un attacco all’onore degli uomini e alla virtù delle donne (Baker, Gregware, Cassidy, 1999; Bates, Rassam, 1983; Ginat, 1979; Turner, 1995).
Tale struttura culturale è chiaramente sia sociale che emozionale, sia intra- che interpersonale. La vergogna è uno stato interno condizionato dallo scandalo pubblico. Nelle società tradizionali la violazione da parte delle donne di codici di comportamento ispirati alla sottomissione e al rigore sessuale è riconosciuta come una violazione dell’onore solo nel caso in cui la trasgressione diventi pubblica (Ginat, 1979; Kressel, 1981). Se la trasgressione rimane nascosta, la donna colpevole può non affrontare la punizione. Una volta che la trasgressione diventa di dominio pubblico, comunque, può arrecare danno all’immagine della famiglia nella comunità e i membri maschili della famiglia debbono intraprendere azioni per restaurare il perduto onore.
Il modello socio-culturale dell’onore-vergogna è comune in vari tipi di comunità, a volte molto differenti l’una dall’altra se le consideriamo da altri punti di vista, come l’organizzazione economica e politica e il livello sociale. Possiamo quindi rintracciarlo in vari ambienti, come nelle società paesane mediterranee e latino-americane, tra le società nomadi del Medio Oriente e nell’Asia sud-occidentale, tra varie caste in India, e tra le élite burocratiche cinesi del passato e del presente (Ortner, 1978).

Anderson R.R., Seibert R.F., Wagner J.G. (1998), Politics and Change in the Middle East, Prentice Hall, New Jersey.
Baker N.V., Gregware P.R., Cassidy M.A. (1999), “Family Killing Fields”, Violence Against Women, 5, 164-184.
Bates D.G., Rassam A. (1983), Peoples and Cultures of the Middle East, Prentice-Hall. Englewood Cliffs, N.J.
Bates D.G., Rassam A. (1983), Peoples and Cultures of the Middle East, Prentice-Hall. Englewood Cliffs, N.J.
Brandes S. (1987), “Reflections on honor and shame in the Mediterranean”, in D.D. Gilmore (Ed.), Honor and Shame and the Unity of the Mediterranean, American Anthropological Association, Washington.
Ginat J. (1979), “Illicit sexual relationships and family honor in Arab society”, Israeli Studies in Criminology, 10, 179-202
Hegland M.E. (1992), “Wife abuse and the political system: A Middle Eastern case study”, pp.203-218, in D.A. Counts, J.K. Brown, J.C. Campbell (Eds.), Sanctions and Sanctuary: Cultural Perspectives on the Beating of Wives, Westview Press, Boulder, CO.
Kandiyoti D.A. (1987), “Emancipated but unliberated? Reflections on the Turkish case”, Feminist Studies, 13, 317-338.
Kressel G.M. (1981), “Soroicide/filiacide homicide for family honour”, Current Anthropology, 22, 141-158.
Lateef S. (1992), “Wife abuse among Indo-Fijians”, in D.A. Counts, J.K. Brown, J.C. Campbell (Eds.), Sanctions and Sanctuary: Cultural Perspectives on the Beating of Wives, Westview Press, Boulder, CO.
Ortner S.B. (1978), “The virgin and the state”, Feminist Studies, 4, 19-35.
Peristiany, J.G. (Ed.) (1966), Honour and shame: the values of Mediterranean societies, The University of Chicago Press, Chicago.
Schneider J. (1971), “Of vigilance and virgins: honour, shame and access to resources in Mediterranean societies”, Ethnology, 9, 1-24.
Turner F. (1995), “Shame, beauty, and the tragic view of history”, American Behavioral Scientist, 38, 1060-1075.
Yousseff N. (1973), “Cultural ideals, feminine behavior and family control”, Comparative Studies in Society and History, 13, 326-347.

sabato, novembre 20, 2004

Femministi

Più medito sul velo e più mi affascina coi suoi sapori orientali. Questa donna velata, danzante, invitante, mi dicono accudente, che dico? Più che accudente, pieghevole e ricca di curve ma sempre e soltanto suggerite, dolce sforzo che ti rende un indovino del desiderio, preparatrice amorevole di squisiti piatti e manicaretti, disposta a subire le mie maritali ramogne insoddisfatte come segno non dico di affetto (che espressione molluscosamente occidentale, "segno di affetto"), che si vela per promettere e si copre per attirare, che cela nei suoi occhi neri un tesoro di delizie vasto come una terra inesplorata e misterioso e caldo come un deserto attraversato da pigri cammelli, forse a volte un po' moralista quando paragona spesso, troppo spesso direi, la sua assertiva e fiera controparte occidentale, così proclive invece a rivelarsi e a scoprirsi, al pesce morto e disteso tra le erbe umide sul bancone freddo e marmoreo del pescivendolo, alla carne sanguinosa delle manze macellata sui banconi del macellai dagli affilati coltelli, questa donna, dicevo, che scompare tra i fumi dolci del tabacco alla mela emessi sensualmente dai narghilè svasati e mollemente allungati, questa donna è forse più appetibile di quella occidentale? Forse si. Dico proprio appetibile, si badi bene, senza infingimenti femmnistici. E perché no? Una donna capace di rendere al maschio la forza a un tempo illusria e realissima del comando e del potere, che ci restituisce la possibilità di essere delusi senza indegni timori di rappresaglie, di essere delusi del cibo mal preparato, mal cotto, mal servito, mal condito, mal concepito fin dall'origine. E non è forse questo un sogno occidentale, un pigro sogno pomeridiano di pigrizie orientali, adagiato sui divani mollemente lontano, si lontano dalle difficoltà della vita, diuturna fatica di Sisifo. Forse questo sarà il premio finale che ci attende, attendato come un nomade dietro le torme di questa temuta invasione araba. Si, facciamoci indottrinare dai nostri fratelli nell'Islam, riconduciamo come docili buoi le donne nell'haramlik, lo spazio della donna in casa, il gineceo, che vi si ritiri alfine, e più non ci molesti e ci amareggi l'anima, già malata per la fatica del vivere, ma ci molcisca lo spirito e i sensi, soprattutto i sensi e i giorni e i piaceri, che non siano mai uguali a se stessi, ma si alternino vari come perle di differente colore sul filo in cui sono intrecciate in vezzo, e in tale guisa possiamo indossarle al collo orgogliosi e consolati dalla vita. Lasciamo ai neocon le loro occidentali fatiche casalinghe, il loro indignitoso affannarsi dietro scope, scopette, enormi buste della spesa, bimbi e bimbette frignanti e coccolose, chiasso e busse, e avviamoci mollemente a gustare tè verde e tabacco aromatico.

venerdì, novembre 19, 2004

Il velo come riconciliazione

Proseguo il commento e riassunto del libro della MacLeod "Accommodating Protest: Working Women, the New Veiling, and Change in Cairo", già iniziato nel post di domenica 7 novembre. In breve, il velo per la donna musulmana, o almeno per la donna egiziana, svolge una serie di ruoli, una serie di parti. La prima parte che il velo riveste sulla scena è quella della riconciliazione, la riconciliazione con la tradizione. Il velo è infatti indossato per lo più da donne della borghesia urbana medio-bassa e questa borghesia, per mantenere il decoro sociale, spesso deve accettare il lavoro femminile, inaccettabile nelle aspettative più tradizionali. Le donne lavoratrici, comunque, lavorano anche per soddisfazione personale, e non solo per mantenere e ottenere questo decoro borghese, fatto di case, vestiti e mobilio dignitosi, possibilità di fornire una buona istruzione ai figli ecc. Vi è quindi la penetrazione del valore occidentale della realizzazione personale attraverso il lavoro, valore del tutto estraneo alla mentalità tradizionale, che invece vede pessimisticamente il lavoro come fatica e condanna, e come marchio di inferiorità, segno di casta delle classi non-aristocratiche, mentre le classi superiori sono guerriere e sacerdotali e giammai dedite al lavoro salariato. Tuttavia, questa realizzazione attraverso il lavoro non si accompagna a un atteggiamento aggressivo verso il mondo tradizionale. Sembra che in Egitto vi sia poco della ferocia iconoclasta, dissacratrice e antitradizionale che caratterizza alcune popolazioni sociali occidentali, come ad esempio i giovani, o le femministe militanti. Al contrario, la donna lavoratrice e che aspira a un certo grado di autonomia psicologica ed economica sente il bisogno di ricucire lo strappo che la ha sepratav dalla tradizione, e lo fa indossando il velo. Sono le cosiddette muhagabba, le donne velate che hanno assunto il higab, una delle forme del velo. Il messaggio sociale trasmesso é: sebbene io sia una donna lavoratrice, e in quanto tale socialmente condannabile, sono anche una brava donna di casa tradizionale, che accudisce i figli e il marito, tiene pulita e decorosa la casa e prepara buoni pranzi. In Egitto, in altre parole, sembra essere assente il concetto marxista, ma anche hegeliano, e soprattutto tipicamente occidentale, di "falsa coscienza". La donna egiziana sembra mettere in atto una emancipazione puramente pragmatica, che si limita alla ricerca di un buon lavoro e di un certo grado di autonomia, senza però criticare e picconare alle fondamenta l'ideologia tradizionale e senza incolparla di "falsa coscienza", di essere cioè una impalcatura vuota il cui unico fine è un belluino rapporto di potere: l'oppressione del debole, in questo caso la donna, e il dominio del forte, in questo caso il maschio. La donna musulmana continua non solo ad accettare il dominio del maschio, ma perfino a giustificarlo moralmente e religiosamente. Tanto è vero che la diffusione del lavoro tra le donne non è affatto accompgnata, a detta della MacLeod, da un movimento di pressione pubblica e privata da parte delle donne egiziane volto ad ottenere maggiore aiuto nella gestione della casa o nell’accudimento dei figli o nella preparazione dei cibi. Anzi, quest’ultimo punto è, a quanto pare, gelosamente irrinunciabile per la donna egiziana: la preparazione di pranzi succulenti che incontrino la piena soddisfazione del marito è un punto di valore centrale per la donna, un luogo dove essa realizza il suo ruolo tradizionale con una pienezza di sensi che , in realtà, forse l’autonomia lavorativa ancora è ben lontana dal poter fornire. Ecco quindi che le donne egiziane si ingegnano per preparare manicaretti di elaborazione raffinata per i loro mariti. Guardiamole svegliarsi presto al mattino per recarsi al mercato e ottenere gli ortaggi e le carni migliori, ed anche più costose. E' pur vero che tanta acquiescenza, che dovrebbe fare la felicità di ogni conservatore occidentale, non è del tutto spontanea, è anche frutto di pressione sociale. Il rimprovero sociale per la donna lavoratrice è diffuso e pesante, in forme penetranti, invadenti e ben poco sopportabili se non da personalità con un grado superiore di autonomia e confidenza. Eppure, per quanto esterna sia tutta questa pressione sociale, l’impressione finale, dalla lettura del libro, è che questo valore sia pienamente interiorizzato, accettato e vissuto.
Questo quadro è forse idilliaco, e sarebbe bene aggiungere un altro post sulle violenze che subiscono le donne musulmane. Ma per ora rimaniamo su questo punto. Approfondiamolo, torniamo a parlare della preparazione del pranzo. La preparazione del pranzo è forse uno dei segnali più forti della piena accettazione, da parte delle egiziane, dei ruoli di genere di tipo tradizionale, con quella nicchia aggiuntiva progressista che è il lavoro. Se c’è stato un comportamento della donna occidentale che probabilmente ha segnato la rottura con il vecchio mondo è forse proprio l’abbandono dei fornelli casalinghi. Questo strappo, mai davvero ricucito, ha promosso il consumismo alimentare forse più di tante pubblicità e reclame, poiché è stato questo atto che davvero ha promosso l’uso di massa dei cibi precotti, dello scatolame di supermercato e del mangiar fuori, al ristorante. Non solo. La rinuncia alla cucina casalinga ha anche minato la cucina tradizionale, che era appunto quella delle donne e fatta in casa, e che è stata sostituita dalla cucina d’arte e commerciale, spesso difficilmente distinguibili, che è la cucina dei ristoranti più o meno raffinati, la cucina dei corsi di cucina e di gourmet. Una cucina d’arte si, ma di massa al tempo stesso, quindi non troppo elaborata, non troppo francese, non troppo di corte o non troppo alto-borghese, preparata da domestici specializzati. Questo spiega forse il boom della cucina italiana, raffinata e popolare al tempo stesso, che con i suoi ingredienti semplici si presta a meraviglia, paradossalmente, alla riproducibilità industriale, molto più della francese. Ma non è così in Egitto e non è così, credo, in altri paesi arabi, dove la donna compie salti mortali per soddisfare il marito a tavola.Il quadro è, obiettivamente allettante, soprattutto per un osservatore tradizionalista, probabilmente infastidito dalla petulante aggressività di alcune donne occidentali emancipate, a volte un po’ troppo piagnone, un po’ troppo nevrotiche, un po’ troppo sbalestrate nella loro indipendenza, così piena e soddisfante, ma anche sottraente, poichè le lascia però anche prive del loro ruolo tradizionale, senza figli da accudire e senza mariti da viziare. Che si fa? Si prende una moglie egiziana? Anche la donna egiziana vive questo dissidio e teme di perdere i privilegi della usa condizione inferiore ma protetta e rispettata al tempo stesso, per finire nel mare magno e angosciante della perfetta uguaglianza liberale dei diritti. Lo strappo, ci dicono varie voci, e varie agenzie matrimoniali, lì è stato, almeno finora, meno lacerante, e viene medicato con efficacia ippocratica dal velo. Ma non è tutto oro quel che luce, e seguiamo ancora la MacLeod, la quale ci avverte che il velo è però anche protesta e non solo riconciliazione… (prosegue al più presto)

martedì, novembre 09, 2004

L'amore e l'occidente

Perché le nostre idee si affermino, siamo disposti a tutto, perfino a rinnegarle. Spiegherò poi questo aforisma. Per ora, prima di tornare a parlare del velo (prosecuzione del post di ieri: Il velo e l'appraisal) dirò due cosine di feroce autocritica: ma cosa è tutto questo sospetto preoccuparsi per il benessere delle donne, dei gay e di altre popolazioni deboli e minacciate dei fondamentalismi non occidentali? (Evito il termine Islam per non essere politicamente scorretto). Non è quanto meno sospetto questo atteggiamento, questa spada tratta in difesa delle donne, da parte nostra che siamo dei feroci con? sebbene dei con dal prefisso ambiguo: non si sa più se neo, paleo o, peggio, con nel significato gallico del termine. Cosa è questo caritatevolmente peloso, progressivo e progressista preoccuparsi per la sorte del bel sesso, o del sesso debole? Certo che sono dei bei tipi questi conservanti, conservativi e conservatori. Vogliono farci credere che sono preoccupati per le donne? Difficile a dirsi. Voi ci credete?
Risponderò che un sospetto di pelosità è, purtroppo, inevitabile e ci guarderemo bene dal raderci. Tanta misericordia per un popolo, le donne, che sono state spesso il bersaglio degli strali dei nemici del progresso desta sospetto di malafede e strumentalizzazione: c'è poco da fare. Tuttavia, in attesa di chiarire questo punto a noi stessi per primi, cominciamo col dire che spesso i conservatori di occidente si sono trovati di fronte a questa aporia: che essendo la tradizione occidentale una tradizione di auto-rinnegamento, che questo e nient'altro è il progresso, il conservatore occidentale si trova costretto spesso e volentieri a soccorrere l'oggetto del suo reazionario amore, la tradizione e la cultura (o la cuiviltà) occidentale, in nome del suo contrario: per la sua tolleranza, per la sua tendenza a rivoltarsi. Quante volte abbiamo sentito il detto meravigliosamente contraddittorio: "diffidiamo dei non occidentali, poiché essi non sono tolleranti come noi!". Lo stesso Locke, da qualche parte (devo controllare dove al più presto), diceva a se stesso e ai suoi lettori: "che fare coi papisti? essi non condividono la nostra liberalità!" Ma ci sono esempi più estremi. Prendiamo il conte Joseph Arthur de Gobineau, razzista primigenio e autore di uno dei testi sacri del razzismo e della destra estrema. Un fior di reazionario, altro che conservatore. Ebbene, nel suo Essai sur l’inégalité des races humaines (1853–55), egli sostiene, con singolare apertura mentale, che la caratteristica delle razze superiori, naturalmente di ascendenza germanico-aria (ma è da notare che il nostro, da buon francese, diceva che i più puri esponenti di tale sangue erano i nobili francesi, mentre i borghesi tedeschi erano razzialmente corrotti), caratteristica connotante, dicevo, della superiorità razziale era la capacità di trattare le donne su un piano di rispetto e perfino di parità, mentre notoriamente le inferiori razze nere e gialle maltrattavano le loro donne. Che dire? Bislacche contraddizioni di un cervello balzano? E' possibile. Segnaliamo allora rapidamente un altro testo, di Denis de Rougemont: L'Amour et l'Occident (1939, edizione "definitiva"1972). L'autore non è reazionario, ma certamente nemmeno un progressista. E tuttavia egli alza un cantico all'amore e alla donna come cuore della tradizione occidentale. E non finirebbe qui. Ma finisce qui, per ora, questo elenco.
E così il nostro conservatore occidentale finisce per rivelarsi un bel tipo pieno di confusioni e di contraddizioni. Per carità, non si tratta mica sempre di tipi coltissimi come il de Rougemont. Ma anche il borghese medio, chiuso nel benessere del suo campanile di paese e diffidente verso gli estranei, ben cosciente che, di fronte al mareggiare delle immigrazioni, che lui teme infastidito (e noi con lui qualche volta o anche spesso, poiché, come sapete bene, proviamo un piacere perverso nel rivelare i veleni del cuore, sperando di poterli almeno in parte purgare, o anche sospettando che quei veleni possano svolgere una azione non del tutto spregiabile e negativa), non c'è molto da fare. E allora si attacca a tutto, magari allo scontro di civiltà, o alle differenze culturali, o ad altre cosettine raccattate sui marciapiedi. E qundi, si torna all'aforisma iniziale: Perché le nostre idee si affermino, siamo disposti a tutto, perfino a rinnegarle. Ma ora basta, mi accorgo che il fiato si accorcia, non abbiamo ancora meditato su queste non semplici questioni, si è fatto tardi e le luci si accendono dai vani delle finestre ed è ora di tornare a parlare del velo (prosegue con Il velo come riconciliazione)

Letture:
de Gobineau, A.J. (1853–55). Essai sur l’inégalité des races humaines.
de Rougemont, D. (1939, edizione "definitiva"1972). L'Amour et l'Occident.

lunedì, novembre 08, 2004

Il velo e l'appraisal

Continuiamo dunque lungo il sentiero della sincerità, in attesa di controcolpire. Sentiero invero impervio, ma qui non si desidera imitare Macbeth, quando ordinava ai servi di spegnere tutte le torce nelle ampie sale del suo castello temendo che esse illuminassero i suoi pensieri più neri, mentre meditava lutulento e fangoso come uccidere il Re Duncan e impossessarsi del trono. No, illuminiamo il nostro cuore tristo, vediamo cosa incontriamo in questo scrigno pulsante di veleno. Insomma, cosa desideriamo noi più-o-meno-con? Forse qualcosa di non troppo lontano da ciò che leggevo nell’Espresso non so quando, qualcosa che suonava irosamente come: “ma insomma, cosa si vuole? Che ci si arruoli nei ranghi di questa sconclusionata crociata, e che tra questi ranghi si ristia tranquilli e muti, in attesa degli ordini dei difensori della fede e tutti ferocemente compresi nella difesa dell’occidente?” Beh, è possibile, non siamo lontani dal vero, lo si confessi. Qui si sognano, in menti surriscaldate dalla noia consumistica occidentale, guerre di religione che diano un senso, quel senso che non riusciamo trovare nella quotidiana commedia della politica interna, delle elezioni, del destra-sinistra-centro. Triste verità. Ma non accontentiamoci di questo, andiamo avanti. Diremmo che è tutta questione di appraisal. L’appraisal, come definito da Frijda (1986) e da Lazarus (1991) è una valutazione mentale, ma immediata e calda, sentita più di pancia che di testa, che usa una quantità minima di argomentazione più o meno razionale (argomento però questo molto dibattuto, poiché sulla effettiva razionalità poi del cosiddetto pensiero freddo e argomentato ci sono montagne di polemiche e di scartoffie). Questo appraisal è proprio quello che ci manca quando sentiamo parlare di destra-sinistra-centro e che non ci scalda il cuore, ma è anche ciò che manca ad altri quando sentono parlare di occidente. Possiamo trovare l’appraisal ovunque, perfino nelle pagine di Nietzsche, che tra le altre cose si definiva insigne psicologo. Possiamo trovare l’appraisal in moltissime pagine di Nietzsche, sia tra le danzanti e piangenti proposizioni del quinto libro della ‘Gaia Scienza’che tra quelle più rosee e in punta di dita di ‘Aurora’, o nelle martellanti autocrocifissioni di ‘Ecce Homo’, già pronto alla pazzia e all’abbraccio del dolore, tra le geometriche vie di Torino. Suonerà un po’ noioso e deludente sapere che Nietzsche applicava il suo appraisal alla solita polemica trita e ritrita contro la sinistra, contro i progressisti, come li chiamava lui, la cui psicologia e il cui spirito, diceva lui, sono sempre irrimediabilmente comediénne. Ma ritroveremo la stessa argomentazione, sebbene a segno politico rovesciato, nelle pagine di Claudio Magris, il nostro piccolo Schnitzler di Trieste italiana. Anche lui, come Nietzsche, finisce col confessare che la scelta dello schieramento politico è sempre questione unicamente di appraisal. Detto questo, passiamo oltre, e torniamo a noi. Qui ora si vuole tornare al nostro argomento preferito, almeno di questi tempi: l’Islam, croce e delizia. Parleremo del velo, argomento misterioso per noi occidentali di qualunque colore. La vulgata più semplice vuole che si tratti di uno strumento di tortura e di oppressione, somministrato in zone rurali a donne indifese da uomini nerboruti e oppressori. Vedremo che non è proprio così, anche se è anche così. Ma non in campagna.
Leggiamo un buon libro sull’argomento, di Arlene Elow Macleod (1991), il cui titolo è ”Accommodating Protest: Working Women, the New Veiling, and Change in Cairo.” Una rapida scorsa oggi pomeriggio, in attesa di un maggiore approfondimento che non tarderò di somministrare ai miei pochi e infelici lettori. Il velo come scelta della donna e come “protesta assecondante” o “protesta accomodante”. La situazione della donna in Egitto è simile alla difficile condizione della donna in altri luoghi di transizione culturale. Ma mi vien da dire che l’approdo non è stato raggiunto da nessuno, onde tutti siamo in transizione e con il mal di mare, intenti a vomitare oltre le murate. Ma in quei luoghi di maggior transizione e tradizione, la situazione è aggrovigliata ancor di più: emergono i dolori e i drammi di una nuova concezione dell’uomo e della donna, non più regolati a funzioni tradizionali tipiche di una società impalcata per ordini e ranghi sociali non solo predefiniti, ma addirittura retti e sanzionati da una radice trascendente, una nuova concezione emerge, dicevo, in cui l’uomo è la donna sono più liberi, più portati a “divenire”, a “migliorarsi” sotto ogni punto di vista, culturale, economico, fisico, magari anche sessuale, e a “realizzarsi” e non più ad “essere”, a svolgere un ruolo eterno e sacralizzato da una natura primordiale o anche da una rivelazione, in un ciclo forse sempre eguale a se stesso, un eliadico eterno ritorno che può essere sentito come una macchina dentata, ma che è anche pieno di senso religioso, magico e sacro e che ammanisce agli uomini il senso o l’illusione di essere pastori dell’essere. Tutto questo scompare nel fondo. Gli uomini cominciano a vivere in un mondo secolarizzato, dove non sono mai nulla e devono sempre diventare qualcosa, realizzarsi. Cosa non semplice.
O almeno, così è nell’occidente industrializzato. Nel mondo mediterraneo le cose si complicano. Prima di tutto, sebbene non si muoia propriamente di fame,certamente non vi è una società dinamica e gonfia di occasioni e di opportunità come nell’occidente più maturo. Quindi le aspettative si scontrano con realtà più avare. In secondo luogo, soprattutto nel mondo islamico, ci si scontra con un rapporto con la modernità ancora più ambiguo e ambivalente del nostro.
E’ noto che qui da noi, nei porti grigi della terra del tramonto, l’occidente, è di gran moda lamentarsi. Siamo tutti un po’ estremisti rosé, apocalittici a colazione e poi integratissimi a pranzo e a cena. Aspiriamo al sacerdozio dell’essere, a officiare sanguinosi sacrifici umani che facciano risorgere il sole ogni mattina, in compagnia del serpente piumato sulle piramidi di Teotihuacan, la città degli Dei, con Tezcatlipoca, Dio del piacere e delle oscurità. Desideriamo questo a volte perfino per un buon quarto d’ora, o forse anche solo dieci minuti, prima di precipitarci in ufficio, nel traffico, nella pioggia o anche sotto il sole. La nostra ambivalenza finisce qui.
Non è cosi semplice come da noi (se poi è semplice) in Egitto. Dicevo dei problemi dati dalle maggiori ristrettezze economiche. Intendiamoci, lì c’è un ceto medio, non cominciamo ad immaginare paternalisticamente scenari terzomondisti di torme di affamati e illetterati piangenti, che servano ad alimentare il nostro compiaciuto senso di colpa. Ma è un ceto medio che fatica, in cui la donna è costretta a lavorare perché la famiglia arrivi alla fine del mese. E qui comincia un primo dramma. La donna lavora, deve lavorare, ma questa scelta è impopolarissima. La donna lavoratrice perde rapidamente la stima di tutto il vicinato. Si accumulano pressioni, chiacchiere non propriamente gradevoli: “Tuo marito ti lascerà presto… Se vai al lavoro come farai a cucinare bene?” Peccato che il lavoro sia spesso una scelta obbligata, perché uno stipendio non basta. Insomma, siamo lontani dalla donna in carriera occidentale. E poi, questa storia del cibo. Pare che i maschi egiziani siano insopportabili su questo punto. Avete presente il marito che, dalle nostre parti, dice sempre alla moglie: “Mia madre cucina meglio?” bene, questa è la versione bonaria. In Egitto, almeno a detta del libro della MacLeod, troviamo veri e propri rompiscatole perennemente delusi e irritati dalla cucina delle loro mogli, con un grado di tensione familiare davvero sconcertante.
Insomma, alla fine il grado di pressione sociale diventa insopportabile. La donna che va al lavoro, spesso costretta a alzarsi prestissimo (indovinate perché? Per poter recarsi al mercato a prendere le verdure più fresche, le uniche che piacciono al marito), correre al lavoro, subire toccamenti e abbordaggi continui da parte di un popolo maschile che considera abbordabile e toccabile ogni donna non scortata da un maschio di famiglia, subire poi queste esperienze anche sul posto di lavoro, correre a casa a cucinare con gli alimenti di prima qualità scelti di prima mattina, curare i figli e infine sentirsi dire che non è una buona moglie sotto tutti i punti di vista, a cominciare dalla cucina, cosa fa? Infine recupera tutta la sua credibilità con il velo... (prosegue con L'amore e l'occidente)

Letture:
Frijda, N. (1986). The Emotions. Studies in Emotion and Social Interaction. New York: Cambridge University Press
Lazarus, R.S. (1991). Emotion and Adaptation. New York, NY: Oxford University Press
Macleod, A.E. (1991), Accommodating Protest: Working Women, the New Veiling, and Change in Cairo. New York, NY: Columbia University Press

venerdì, novembre 05, 2004

Theo Van Gogh: mode d'emploi

Questo blog userà l'onestà intellettuale come un'arma contundente. Che vuol dire? Che qui si cercherà di presentare ogni verità in maniera talmente franca, talmente onesta, che i limiti di questa stessa verità saranno sempre in primo piano, e la sua inevitabile e umana, troppo umana natura di mezza verità non sarà mai nascosta. Ma, si badi bene, tutto questo non allo scopo di ottenere un brodoso e semolinoso status di terzismo o di terzietà, come già teme qualcuno dei miei piccoli lettori (Mark, smettila di spernacchiarmi!), bensì per lo scopo opposto: per rafforzarla con scaglie di acciaio, questa verità, e mandarla per il mondo come una lupa tra gli agnelli, agguerrita e franca e capace di costringere il pubblico ad accettarne, almeno in piccola parte, il suo aspetto più tenero e sincero.
Prendiamo Theo Van Gogh. Regista olandese, autore di un film sulla donna islamica, ucciso da un uomo in disaccordo con i suoi pensieri. La BBC nasconde pudicamente nella titolazione il fatto che l'assassino si potrebbe definire, con qualche approssimazione, un individuo di fede islamica non particolarmente scettico intorno alla bontà e alla forza delle sue credenze religiose. Un uomo, un credente che qualcuno in ambienti progressisti potrebbe definire: un Buttiglione islamico. Siamo costretti a questo paragone forte e, ammettiamolo, offensivissimo per il povero Buttiglione, per aprire le orecchie dei nostri lettori. Ma un Buttiglione moltiplicato, un Buttiglione che non si limita a definire una azione peccato, ma che imbraccia la mannaia e colpisce, facendosi braccio secolare.
Ma dove risiede la nostra vantata onestà? Nel sapere che questo racconto si presta bene a strumentalizzazioni. Sappiamo bene che il semplice riportare tale triste vicenda evoca il vento dello scontro di civiltà. Se parliamo di Van Gogh e della sua morte, col solo parlarne suggeriamo, ne siamo coscienti, che nello scontro di civiltà qualcosa di vero c'è, se basta a scatenare le ire di un uomo comune e a trasformarlo in un esecutore della giustizia divina.
Bene, è vero. Anche solo riportando freddamente i fatti e separandoli dalle opinioni, comunque esprimiamo una opinione. In verità, non che lo scontro sicuramente ci sia, di quello siamo i primi a dubitarne (ma anche i primi ad esserne certi, in altre ore del giorno) e invidiamo le certezze di altri. Ma che tuttavia, lo scontro potrebbe esserci, magari in forme limitate ma comunque ben poco digeribili.
Ma cosa è uno scontro di civiltà? Questa è quella che comunemente si dice: una buona domanda. Promettiamo di consultare ed esporre le idee di alcuni testi in un prossimo blog. Per ora aggiungiamo solo un pensiero sparso. Che per ora vi è scontro, non so quanto di civiltà, tra chi teme e desidera al tempo stesso questo scontro e chi lo teme e non lo desidera affatto. La situazione, magmatica e quanto mai doppia, si presta bene a questo gioco. Dall'11/9 assistiamo spesso a dei fatti che sono sempre abbastanza seri da far temere una conflagrazione forse non di civiltà, ma comunque di potenti e organizzate forze contrapposte, ma al tempo stesso non sufficientemente seri da scatenare dichiarazioni di guerra a catena come dopo l'attentato di Sarajevo. I morti in Spagna, Theo Van Gogh, le stesse Due Torri, perfino la guerra in Iraq non sembrano mai abbastanza a questa lupa assetata di sangue. O almeno, le Due Torri non sono abbastanza per noi in Europa. Siamo sinceri: ci alziamo la mattina, ci incartocciamo nel traffico, compriamo il giornale, ci rechiamo a fare colazione al bar. Se pure è guerra, è o non è una drole de guerre? Dove sono gli scontri epocali di El Alamein, Dunkirk, Stalingrado, la Normandia, le Ardenne? Non sorgono ancora all'orizzonte le orde vocianti e dipinte dei barbari. Che fare? Si tratta di un affare di Carabinieri e Polizia o di qualcosa di più serio? Ma non divaghiamo, il nocciolo è un altro. Come nascondersi che molti di noi, affascinati dallo scontro di civiltà, siamo anche irritati contro decenni di disprezzo e cumuli di colpa rovesciati addosso, da destra e da sinistra, alla nostra fantomatica, ridicola, sfuggente eppure amata civiltà e identità occidentale? E anche per questo, sebbene non ne abbiamo ancora letto una pagina, ci siamo permessi di apprezzare a scatola chiusa i comizi di Oriana Fallaci. Ma non basta, altre portate si aggiungono. Come trattenere il sospetto che coloro che ci dicono: pazzi! Don Chisciotti! o peggio: servi! o approfittatori e arraffatori di petrolio! in parte nutrano loro stessi, nel loro cuore, il timore che forse qualcosa di vero pur c'è, che c'è un po' di scontro, magari uno scontruccio, un conflitto, un problema, un alterco, un litigio, un disguido, o almeno un tamponamento di civiltà, tra noi e i popoli islamici? E, timore ancora peggiore, che questo disguido, questo tamponamento li costringa, almeno per un attimo, a smettere i panni del progressismo e dell'illuminismo, e a vestire l'arrugginita armatura del crociato. Un crociato magari sovrappeso, ma convinto delle sue ragioni: che l'occidente non è solo una cornice protettiva che tutto comprende e nel quale tutto confluisce inevitabilmente e automaticamente, per forza illuministica della ragione o per energia romantica della storia, ma che talvolta, almeno talvolta, magari solo talvolta, ma, ripeto con forza: talvolta, sia un confine da difendere?